Processo per stupro a Firenze: ecco cos’hanno chiesto i difensori dei carabinieri

Il giudice: «Non l’ammetto, non torno indietro di 50 anni».

Pubblicate le domande choc poste dagli avvocati dei carabinieri alle due studentesse americane. Vi sentirete stuprate solo a leggerle.

La ricostruzione dello stupro avvenuto a Firenze.
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A settembre del 2017 l’Italia intera era stata scossa da un terremoto ben peggiore di quelli dell’Aquila e di Amatrice, non stiamo parlando di un sisma, ma di un terremoto mediatico e sociale che di recente è ritornato a farsi sentire. Sicuramente ricorderete tutti il caso delle due studentesse americane che hanno accusato due carabinieri di averle stuprate. Ecco, proprio in questi giorni sono state pubblicate le domande del processo per stupro a Firenze, domande che mettono i brividi solo a leggerle.

Stupro a Firenze, ecco l’interrogatorio delle due studentesse

Le due studentesse americane di 20 e 21 anni sono ritornate tre mesi fa in Italia per ripetere le loro accuse in maniera ufficiale davanti ad un giudice. L’interrogatorio è avvenuto in un’aula bunker ed è durato ben dodici ore e 22 minuti. Gli avvocati dei due carabinieri non potevano parlare direttamente con le ragazze, era il giudice a fare da tramite e a scegliere quali delle 250 domande previste dai legali per ciascuna delle due studentesse andassero chieste o meno. Prima di iniziare l’udienza, il giudice Mario Profeta ha illustrato alle studentesse come essa si sarebbe svolta:

«Verrete ascoltate oggi e poi non sarete più disturbate, se si farà il processo quello che verrà detto oggi varrà come prova. La legge non consente che le testimoni vengano offese, non sono consentite domande che attengono alla sfera personale, che offendono e che ledono il rispetto della persona».




I due avvocati però non hanno prestato attenzione a quanto detto dal giudice, che li ha ripresi più volte, ecco un estratto dell’interroggatorio choc:

Avvocato Cristina Menichetti (difensore del carabiniere Marco Camuffo): «Prima di arrivare al rapporto sessuale non si era scambiata nessuna effusione con Camuffo, effusioni consensuali e reciproche?». Avvocato: «Durante questo rapporto il carabiniere l’ha mai minacciata, ad esempio urlando o con le mani?».
Risposta: «Nessuna minaccia esplicita però mi sentivo minacciata dal fatto che lui porta un’arma».
Avvocato: «Quindi ha usato la forza per sottometterla?».
Giudice: «Cosa intende per forza avvocato?».
Avvocato: «Se ha dovuto forzarla, esercitare una certa pressione, se è un gesto violento con una certa vis impressa nel gesto». Domanda non ammessa.
Avvocato: «Non ha lottato fisicamente? Volevo sapere se Camuffo ha esercitato violenza…».
Giudice: «Che brutta domanda avvocato. Sono domande che si possono e si devono evitare nei limiti del possibile, perché c’è un accanimento che non è terapeutico in questo caso… Non bisogna mai andare oltre certi limiti. È l’inutilità a mettere in difficoltà le persone, non si può ledere il diritto delle persone».
Avvocato: «Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?». Giudice: «Inammissibile, le abitudini personali, gli orientamenti sessuali non possono essere oggetto di deposizione».
Avvocato: «Lei indossava solo i pantaloni quella sera? Aveva la biancheria intima?». Domanda non ammessa.
Avvocato Giorgio Carta (difensore del carabiniere Pietro Costa): «In casa avevate bevande alcoliche? Lei ha bevuto dopo che i carabinieri sono andati via?».
Giudice: «Non l’ammetto, non torno indietro di 50 anni».
Avvocato: «Alla sua amica hanno sequestrato tutti i vestiti compresi slip e salvaslip, voglio capire se lei ha nascosto qualche indumento alla polizia». Domanda non ammessa.
Giudice: «Si fanno insinuazioni antipatiche, perché si dovrebbe nascondere alla polizia degli indumenti?».
Avvocato: «Penso che qualcuno abbia finto un reato, io non voglio sapere come lei circola, con o meno gli indumenti, voglio sapere se ha dato tutto alla polizia».
Giudice: «Ricorda il momento in cui le hanno sequestrato gli indumenti?».
Ragazza: «No».
Avvocato: «Io non ci credo che non lo ricorda».
Giudice: «Non possiamo fare la macchina della verità».
Avvocato della ragazza: «Giudice, vorrei sapere a che punto siamo delle 250 domande annunciate dall’avvocato».
Giudice: «Se sono come le ultime sono irrilevanti, andiamo avanti. Se stiamo cercando la spettacolarizzazione avete sbagliato canale».
Avvocato: «La ragazza si è sottoposta a una visita ginecologica sulle malattie virali. Possiamo sapere l’esito di questa visita?».
Giudice: «Sta scherzando avvocato? Questo attiene alla sfera intima non è ammesso questo genere di domande. Ripeto: non torno indietro di 50 anni, non lo consento a nessuno».
Avvocato: «Si può sapere se ha una cura in corso?».
Giudice: «No».
Avvocato: «È la prima volta che è stata violentata in vita sua?». Domanda non ammessa.
Avvocato: «Quando era in discoteca ha dato una o due carezze ad un carabiniere?». Domanda non ammessa.
In risposta ad un’altra domanda, la ragazza racconta: «Non mi ricordo tutto, ero ubriaca, però mi ricordo che ci siamo baciati e che lui mi ha tirato giù la maglietta. Mi ricordo che ha cercato di toccarmi nelle parti intime, che ha tirato fuori il pene e io ero assolutamente in choc. Ero così sconcertata, però, ero talmente ubriaca, mi sentivo indifesa non avevo la forza di dire o fare qualcosa. Mi ricordo che gli dissi di no, non volevo avere un rapporto con lui. Dopo non ricordo più niente. So che abbiamo avuto un rapporto».
Giudice: «Allora come fa a dire che ha avuto un rapporto? Glielo chiedo con rispetto ma questo aspetto deve essere chiarito».
Ragazza: «Perché sentivo fastidio alle parti intime».
Avvocato: «Quando è entrata in Europa ha dichiarato che aveva soldi in contanti? Alla dogana ha dichiarato i soldi?». Domanda non ammessa.
Avvocato: «Ha un fidanzato?».
Giudice: «Cosa ci interessa avvocato?».
Avvocato: «Voglio sapere se ha un fidanzato, se è un poliziotto ecc…».
Avvocato: «È stata arrestata dalla polizia negli Stati Uniti? Ha precedenti penali?».
Giudice: «Domanda non ammessa. Non si può screditare un teste sul piano della reputazione, lo si può fare sul contenuto delle dichiarazioni. Se un teste non è una persona sincera lo dobbiamo rilevare dal contenuto delle dichiarazioni».
Avvocato: «A che titolo risiede negli Stati Uniti? (una delle ragazze è di origine peruviana). Era preoccupata per il suo titolo di permanenza negli Usa?». Domanda non ammessa.
Avvocato: «Ha mai visitato un negozio di divise a Firenze?».
Giudice: «Ma che ci interessa! Non è rilevante!».
Avvocato: «Ha mai fotografato il volantino di questo negozio?».
Giudice: «Non è rilevante».
Avvocato: «Ha scambiato il numero di telefono con il carabiniere quella sera? Ha promesso a un militare di rivedervi nei giorni successivi? Prima che le venisse sequestrato il telefono ha cancellato una telefonata?».
Avvocato: «Lei ha bevuto durante il tragitto dentro la macchina dei carabinieri?».
Avvocato: «Non le è sembrato strano che i carabinieri accompagnassero a casa le persone?». Domanda non ammessa.
Avvocato: «Il carabiniere si è accorto che lei era ubriaca?».
Giudice: «Non va bene avvocato, stiamo chiedendo a una persona ubriaca, affermazione senza offesa visto che l’ha detto lei, se avesse la capacità di rendersi conto del suo interlocutore».
Avvocato: «Ha mai detto al carabiniere che non avrebbe voluto fare sesso con lui?». Domanda non ammessa e riformulata.
Ragazza: «Dopo che lui ha tirato giù il top volevo che smettesse». Avvocato: «Il carabiniere ha insistito per avere contatti con lei? Ha insistito silenziosamente, con gesti e parole, perché uno insiste a un no…».
Giudice: «Ha manifestato questo non gradimento con comportamenti espliciti?».
Ragazza: «No, non avevo forza nel mio corpo».
Giudice: «E con questa risposta non accetto più domande così invadenti».
Avvocato: «Perché dobbiamo privarci di scoprire la verità, la ragazza muore dalla voglia di dire la verità, sentiamola se è salita a piedi…».
Giudice: «Che ironia fuori luogo, ora sta andando oltre il consentito. C’è una persona che secondo l’accusa ha subito una violazione così sgradevole e lei fa dell’ironia? Io credo che non sia la sede».
Avvocato: «Avevate alcolici a casa? Ha bevuto alcolici dopo che i carabinieri erano andati via?».
Avvocato: «Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un anticoncezionale quella mattina?»
Avvocato: «Cosa diceva esattamente la sua amica quando urlava? Erano urla di parole o semplicemente urla di dolore?».
Giudice: «No, fermiamoci qui, il sadismo non è consentito».




Domande scioccanti e fuori luogo

Come si può notare, leggendo le domande poste alle due sfortunate ragazze sullo stupro a Firenze, gli avvocati dei carabinieri hanno cercato di screditarle dal punto di vista personale con dettagli intimi che niente hanno a che fare con il processo e hanno tentato di fare pressione psicologica su di loro, arrivando a chiedere particolari sulla dinamica della violenza sessuale. A nulla sono valsi i rimproveri del giudice, che non ha ammesso molte delle loro domande e ha chiaramente detto loro: “Non torno indietro di 50 anni”. Già, perché, a leggere certe cose, sembra di fare un tremendo passo indietro nella difesa dei diritti umani, prima ancora che femminili. Come si può chiedere ad una ragazza vittima di uno stupro: “È la prima volta che è stata violentata in vita sua?” Che razza di domanda è? Una persona già stuprata è forse meno vittima di un secondo stupro? O forse prova meno dolore e meno ribrezzo rispetto alla ‘prima volta’? E ancora: “Indossava gli slip?” Ma che importanza ha cosa una persona stia indossando? Ognuno ha il diritto di vestirsi come meglio crede, senza per questo sentirsi in imbarazzo o potenzialmente in pericolo. Una ragazza può anche scegliere di andare in giro nuda (magari sarà lei a prendersi una denuncia per atti osceni o nudità), però questo non implica che sia una poco di buono o che stia cercando un approccio sessuale. Nessuno ha il diritto di toccarla, a meno che non sia lei a chiederlo. Difatti, è stata organizzata una mostra, proprio per dimostrare come in qualsiasi modo ci si vesta, tutti noi potremmo essere vittime di aggessioni e violenze. Altro quesito fuori luogo: “Trova sexy le divise?” Ma, anche se così fosse, che diritto hanno due esponenti delle forze dell’ordine di approfittarsi di due ragazze che non sono nel pieno delle loro facoltà mentali? Proprio in quanto carabinieri avrebbero dovuto tutelarle e proteggerle, non violentarle. Le studentesse erano ubriache? Di certo questo non li scagiona né fa da attenuante, anzi semmai è un’aggravante rispetto a ciò che hanno fatto. Se davvero volevano rendersi utili ed aiutarle, potevano chiamare un taxi in modo che le riaccompagnasse a casa, non farle salire su una volante mentre erano in servizio e poi aggredirle una volta giunti al loro appartamento. Viene da chiedersi che razza di persone siano in primis i due carabinieri, ma poi anche i loro difensori. Chi stanno difendendo? Ma soprattutto come pensano di difenderli? Sono assolutamente inqualificabili come persone e come uomini dell’arma.




L’ipocrisia dell’Italia

Ma d’altronde siamo in Italia, il Paese dove ci sono due pesi e due misure per giudicare carnefici e vittime. Se fossero stati due stranieri a stuprare due italiane, tutti a gridare come al solito “Via gli immigrati dall’Italia!”, “siamo indignati per questo gesto!”, ecc.; invece, sono stati due italiani (per giunta due rappresentanti delle forze dell’ordine) a commettere lo stupro a Firenze contro due studentesse straniere. E tutti a difendere i due carabinieri e ad offendere le povere ragazze nei peggiori modi: “Sono due pu*tane”, “Erano ubriache”, “Guarda caso, avevano l’assicurazione contro lo stupro”. Ma le persone che commentano non hanno una madre, una moglie, una fidanzata, una figlia o una sorella? Come si sentirebbero se ad essere stuprate fossero donne a loro vicine? Reagirebbero comunque in questo modo, anche se i colpevoli fossero italiani e carabinieri? Quest’ipocrisia tipica del’Italia è visibile anche nei recenti fatti di cronaca: Pamela Mastropietro uccisa e fatta a pezzi da un immigrato (con l’aiuto dei complici) e subito insorgono gli xenofobi, chiedendo a gran voce l’espulsione degli stranieri dall’Italia; poi però un italiano di nome Luca Traini spara su sette immigrati, in un raid razzista, e i soliti leoni da tastiera lo difendono: “Traini Presidente, ce ne vorrebbero altri come lui!”. Ma come mai quelli che all’estero sparano sulle persone sono terroristi e qui in Italia sono visti come eroi della patria? Quello di Tarini è stato un attacco terroristico a tutti gli effetti contro gli immigrati, non ci si può arrampicare sugli specchi dicendo: “ma era un bravo ragazzo, aveva problemi mentali, era senza lavoro…”. Non c’è giustificazione che tenga davanti a determinati gesti. Ma perché gli italiani non riescono ad essere obiettivi nel guardare alle vicende che accadono ogni giorno? Perché gli stranieri sono sempre e solo colpevoli, mentre i nostri connazionali sono sempre vittime o comunque mai dalla parte del torto? Questa è la vera domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi, forse solo dopo aver trovato una risposta ad essa, potremo giudicare con il giusto metro lo stupro a Firenze, l’omicidio di Pamela e la sparatoria a Macerata.

Carmen Morello

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