Stupro come arma di guerra: dall’Etiopia un grido d’aiuto

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Nel Tigray gli stupri sono cruenti e sistematici: si parla di genocidio. Durante i conflitti etnici la guerra si fa con il corpo delle donne

“Gli stupri colpiscono donne dagli 8 fino ai 72 anni”.

Questo si legge in un articolo pubblicato sul The Guardian poche settimane fa che, dall’Etiopia, riporta la testimonianza di una temeraria suora di Makallé, capitale del Tigray, da mesi in guerra civile. Le parole della donna, che sceglie comprensibilmente l’anonimato, ricostruiscono dettagli agghiaccianti sulle atrocità perpetrate ai danni dei civili, in particolare  nei confronti delle donne, vittime di violenze sistematiche. Si pensa che l’esercito stia impiegando lo stupro come arma di guerra.

Che siano bambine con l’innocenza e la paura dipinte negli occhi oppure più anziane, con il terrore scavato nelle pieghe del volto, poco importa: non sono risparmiate neanche loro.

La sistematicità della violenza

Il copione largamente diffuso prevede che le violenze si consumino velocemente, in pubblico, dinanzi alle famiglie, ai padri, ai mariti inermi, come se si avesse a che fare con degli oggetti inanimati, da usare, umiliare e gettare via.

L’accusa di genocidio ai danni dei tigrini

La regione del Tigray è diventata una polveriera, teatro di un conflitto che vede contrapposti l’esercito di Addis Abeba con l’appoggio dell’Eritrea da una parte e il Fronte di liberazione popolare del Tigray dall’altra. La zona è isolata, circa sei milioni di persone sono ridotte alla fame. Le comunicazioni sono interrotte e i giornalisti arrestati. Il flusso migratorio verso i Paesi confinanti, poi, rischia di sfuggire di mano. Molti, tra cui il patriarca della Chiesa ortodossa, il tigrino Abuna Mathias, ipotizzano il genocidio. La denuncia di efferati e sistematici stupri non fa che sostenere questa tesi, inducendo a leggerli non come violenze fini a loro stesse, ma come armi di guerra, tasselli fondamentali di un piano di ‘’pulizia’’ etnica.

Lo stupro come parte dei piani di genocidio

L’utilizzo dello stupro come arma di guerra è ricorrente nei conflitti etnici dal momento che, secondo molte culture, l’identità etnica si trasmette di padre in figlio. In quest’ottica esso è una mossa chiave per sganciare lo scacco matto ad un’intera etnia: il corpo delle donne è il terreno fertile su cui mettere in atto tale delirio.

Oltre a essere riconosciuto come crimine contro l’umanità, con la Risoluzione 1820 del 2008 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è ufficialmente proibito l’impiego dello stupro come arma di guerra.

Nel 1998 lo stupro venne esplicitamente messo in relazione al genocidio. Il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda riconobbe le violenze sessuali come strumenti del genocidio del 1994, di cui furono vittime le donne di etnia Tutsi: le violenze di massa contribuirono anche a diffondere esponenzialmente l’HIV, con il chiaro obiettivo di sterminare un intero popolo.

Altri precedenti

In quegli anni si continuò a parlare di ‘’stupri etnici’’ in riferimento alle guerre jugoslave (1991-2001). I soldati serbi stuprarono sistematicamente migliaia di donne musulmane durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina e in numerosi furono condannati dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. Le donne e le ragazze venivano rapite, stuprate, sottoposte a continue violenze e detenute in appositi campi di stupro: qui, le donne incinte, erano tenute prigioniere fino agli ultimi mesi di gravidanza per evitare che abortissero. L’intento era quello di dare vita ad una nuova generazione di serbi.

Anche l’Isis

Più recente è invece il caso dell’Isis che ha dichiarato guerra all’etnia Yazida e teorizzato lo stupro e la schiavitù sessuale delle yazide, tentando di catalogare tali crimini come ‘’sacrifici’’ necessari alla causa, inserendoli nella cornice della crociata contro gli infedeli. Secondo un’inchiesta del New York Times del 2015 l’Isis aveva progettato attentamente il rapimento, la violenza e il traffico di migliaia di donne yazide. Quella delineata dal califfato aveva i contorni di una vera e propria ‘’teologia dello stupro’’: i miliziani venivano esortati allo stupro, il quale era legittimato manipolando il Corano.

Lo stupro percepito come un crimine ordinario 

Tra i principali moventi degli stupri di guerra, non vi sono solo motivi di natura etnica. Il punto è che spesso non vi è un movente.

Da che mondo è mondo, la guerra è un gioco da maschi. E in guerra ci vanno i maschi. E si sa che un soldato è prima di tutto un uomo, e prima o poi, dopo tutti i sacrifici e le privazioni patite tra una battaglia e un’altra, ha bisogno di tornare a sentirsi un uomo. Ed è qui che entrano in gioco le donne, ridotte ad un contentino, un antipasto del bottino di guerra, oppure ad un’occasione per dimostrare la ritrovata mascolinità.

La locuzione ‘comfort women’’ -donne del conforto-, che indica le prostitute al servizio dell’esercito giapponese durante la Seconda guerra mondiale del secolo scorso, è densamente significativa. È frutto di una concezione maschilista che concepisce le donne come un giocattolo sessuale al servizio dei soldati.  Si riferisce infatti alle ragazze che venivano rapite e obbligate alla prostituzione.

Da tutto ciò nasce la convinzione diffusa, purtroppo ancora fortemente radicata, che le violenze sessuali durante i conflitti siano tollerabili: del resto, le condanne relative sono esigue nonostante vi sia, ormai, un ufficiale riconoscimento dello stupro di guerra quale crimine.

Le donne come pedine

Giocare per vincere: questa è la regola implicita di tutti i giochi. Funziona così anche per il gioco più disumano che gli umani abbiano mai inventato: la guerra. Paragonare la guerra a un gioco potrà sembrare eccessivo, ma è così che si svolge, come una grande partita a scacchi che si combatte sulla pelle della gente e in cui il prezzo dello scacco matto lo pagano i civili. I pezzi grossi, i re, le regine e gli alfieri, sono al sicuro dietro al dolore degli altri. Se poi le pedine sono donne, allora il gioco s’inasprisce.

Maria Luisa Zecca

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