Approfondimento su “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo

Ritratto di Italo Svevo (pseudonimo di Aron Hector Schmitz) Fonte fotografia: Wikimedia commons
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Ritratto di Italo Svevo (pseudonimo di Aron Hector Schmitz) Fonte fotografia: Wikimedia commons
Ritratto di Italo Svevo (pseudonimo di Aron Hector Schmitz), autore de “La coscienza di Zeno”. 
Fonte fotografia: Wikimedia commons

“La coscienza di Zeno” è indiscutibilmente una delle opere principali del ‘900. Questo per via dei vari elementi di novità, che caratterizzano l’opera stessa.

La prima novità la si trova nella materia: l’opera infatti è costituita dal continuo riaffiorare di sensazioni inconsce, questo perché il protagonista è sottoposto a psicoanalisi. Quindi non è un’autobiografia, tanto meno un insieme di ricordi consci.

La seconda novità è la struttura narrativa del testo: le vicende, infatti, vengono alla luce in raggruppamenti riguardo argomenti cari al protagonista. Tali gruppetti danno anche titolo ai vari capitoli centrali: “il fumo”, “la morte di mio padre”, “la storia del mio matrimonio”, “la moglie e l’amante” ed infine “storia di un’associazione commerciale”. Quindi tali vicende, non ci vengono presentate secondo schema logico né temporale.

Così i particolari narrativi, crescono d’importanza a seconda della situazione di collocazione. A decidere quali vicende debbano emergere insieme alla organizzazione del romanzo, è proprio l’interesse psicologico del suo protagonista.

Questo caratterizza proprio l’andamento tipico della scrittura dell’autore (Italo Svevo). Scrittura in cui gli elementi della coscienza si sviluppano tra passato e presente, talvolta anche arrivando alla sovrapposizione.

L’ultimo capitolo ed i primi sono ambientati nel presente, un presente che è lo svolgersi concreto della psicoanalisi. In questi, è presente anche una leggera tensione tra paziente e psicoanalista.
Il medico cerca di incastrare il paziente per farlo smettere di mentire (in modo tale da sfuggire a conclusioni dolorose), mentre quest’ultimo, vuol dimostrare che la psicoanalisi è incapace di guarire le persone.

Infatti, secondo il protagonista, la duplicità psicologica non è una patologia bensì l’essenza stessa della vita umana (ed inoltre, per lui, “la vita attuale è inquinata alle radici”). Si arriva così all’assurda conclusione: la cancellazione di ogni forma di vita umana dall’universo, ebbene, questa è l’unica via di guarigione.

 

Fonte: Tutto Letteratura Italiana, DeAgostini 

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