Sud e partenze di fine Estate: fotografia di un filo rosso che unisce emigrazione e immigrazione

Essere meridionali è abituarsi a partenze e distacchi che, a fine Estate, arrivano puntuali e imprescindibili. Dovrebbe significare più empatia verso chi scappa da guerra e fame? Non sempre è così.

È fine Agosto e siamo nel pieno del famoso controesodo. Chi è nato e cresciuto nel Sud Italia sa bene quanto questo periodo abbia un sapore malinconico. E come porti con sé un misto di rabbia e amarezza, speranza e voglia di riscatto, difficili da spiegare a parole. Perché Sud e partenze vanno, spesso, a braccetto.

Sud e partenze di fine Agosto

Chi è meridionale, come me, sa che questo è il tempo degli abbracci, dei pianti, dei lunghi viaggi di ritorno e dei prodotti tipici regalati a chi va via per ricordargli chi è e da dove viene. Per incitarlo a tornare. Perché, nessuno lo dice, ma chi resta ha paura del non ritorno. Paura che una vita migliore possa far dimenticare legami profondi, amori puri e amicizie fraterne. E, spesso, succede davvero. Siamo fatti per adattarci a posti e persone nuove e a vite diverse. Siamo resilienti, come le piante che resistono e si abituano al vento e alle intemperie per sopravvivere. Solo che le piante restano attaccate al terreno. Noi, invece, ci muoviamo. Siamo naturalmente predisposti a muoverci e a migrare.

Sud e partenze necessarie

Così, da molti decenni, il legame tra Sud e partenze è indissolubile e, purtroppo, necessario. Le regioni meridionali si ripopolano tra Luglio e Agosto, per poi svuotarsi nei restanti mesi dell’anno. Rifioriscono grazie al turismo e al quel ritorno alle radici che, per alcuni, è ormai un rito. E poi tornano a una situazione economica e sociale che, notoriamente, non è delle migliori.

Studenti alla ricerca di possibilità si spostano, di solito, più a Nord. Famiglie emigrate da tempo nelle regioni settentrionali o fuori dai confini italiani, tornano alla loro quotidianità dopo qualche settimana di ferie nei luoghi della spensieratezza. Nuove coppie partono alla ricerca di mete un po’ più fortunate, dove creare famiglia. Lavoratori precari e disoccupati, spinti da sogni e necessità economiche, riprendono o iniziano impieghi e attività che non avrebbero potuto ottenere, se non lontano da “casa”. E i palazzi tirati su, durante un boom economico ormai lontanissimo, restano vuoti.

Le ragioni di chi va e di chi resta

Non si capisce mai se è più difficile rimanere o andare via. Perché si crea, tra le due parti, una specie di gara a chi vive più “eroicamente”.

Chi resta dice di dover lottare ogni giorno contro un’arretratezza economica e, a tratti, culturale, che non vede vie d’uscita. Ma vuole comunque rimanere per provare a cambiare qualcosa.

Chi parte lamenta nostalgia e tristezza per aver dovuto lasciare la famosa “terra d’origine” e stanchezza per i ritmi frenetici cui noi “di giù”, secondo stereotipi diffusi, non saremmo abituati. Ma, nella maggior parte dei casi, ammette di non voler tornare indietro, perché le opportunità sono molto più numerose in qualsiasi altro luogo che non qui.

Da qualunque prospettiva il fenomeno si guardi, c’è qualcuno che rinuncia a qualcosa. Ma non staremmo esagerando con la retorica e il vittimismo legati all’emigrazione?




All’origine del legame tra Sud e partenze: la questione meridionale

È tutto vero, certo. La nostra storia è carica di dolore e sacrifici, di spostamenti non voluti e distacchi traumatici. E la questione meridionale non è una novità, né un’invenzione. Lo scriveva già il famoso meridionalista Giustino Fortunato parecchio tempo fa:

Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale.

La questione meridionale è diventata palese poco tempo dopo l’Unità d’Italia. E, da allora, non ci ha mai abbandonati. Il chiaro divario esistente ha dato origine a diverse ondate migratorie verso le regioni settentrionali e oltre i confini nazionali che, con caratteristiche e sfumature socio culturali diverse, continuano ancora oggi. Da alcune recenti statistiche, infatti, risulta che, nel corso degli ultimi due decenni, sono stati, mediamente, di più coloro che dal Sud si sono spostati al Centro Nord o all’estero, rispetto agli immigrati regolari che hanno deciso di vivere nel Meridione.

Abbiamo imparato qualcosa dalla storia?

Ma se la storia dovrebbe insegnare e renderci migliori, perché sembra che non abbiamo imparato nulla? Siamo così presi dal lamentarci del dover partire che ci dimentichiamo di chi sta molto peggio. E, anzi, spesso, lo discriminiamo pure.

I recenti sviluppi del ritorno al potere dei talebani in Afghanistan hanno riacceso il dibattito pubblico, già bello vivo negli ultimi anni, circa immigrazione e accoglienza. E, in questo periodo, più che mai, un parallelismo sorge spontaneo.

Siamo i migranti del Sud di una nazione di migranti. E ciò ci mette in una condizione di svantaggio inevitabile rispetto a chi è nato un po’ più a Nord di noi. È giusto, però, ricordarci che, adesso, siamo abitanti della parte di mondo privilegiata. Quella che, per secoli, ha sfruttato e impoverito l’altra.

Più a Sud c’è chi davvero deve partire se vuole avere una sola chance di sopravvivenza. E magari quell’unica chance se la gioca su un gommone in mezzo al mare come in una roulette russa. E più a Est, in Afghanistan, c’è chi ha perso completamente una parvenza di libertà, faticosamente conquistata negli ultimi vent’anni. Anche da lì devono scappare per non morire, letteralmente.

Incoerenze e punti interrogativi

Eppure, nonostante i piagnistei per i decenni trascorsi a elemosinare lavoro e accoglienza altrove, la nostra empatia verso chi sta peggio sembra essere poca o nulla.

E si continuano a votare i Salvini turno. Si parla degli immigrati come se non fossero persone ma una strana specie da cui proteggersi. Li si accusa di rubare lavoro, tempo e soldi a noi che non ne abbiamo abbastanza. E ci si sente statisti, ogni volta, nel tirare fuori l’ormai celebre proposito di “aiutarli a casa loro”.

Se avessero detto la stessa cosa, molti decenni fa, alla nostra gente?

Come si fa a non capire che chi, oggi, ha bisogno di accoglienza è nelle stesse condizioni dei nonni di molti di noi, che raggiungevano America, Svizzera, Francia e Germania, cercando di sfamare se stessi e le proprie famiglie?

Cosa scatta nella testa di chi si fida di politici che, fino a qualche anno fa, ci schifavano e ora ci elogiano, fintamente, per ottenere consensi?

Com’è possibile lamentarsi ancora di non avere una stabilità socio-economica che permetta di vivere lì dove si è nati e, nello stesso tempo, non comprendere le motivazioni di chi scappa dalla propria terra per salvarsi?

Riscoprire l’empatia 

Noi che ci vantiamo di essere fra le popolazioni più accoglienti e capaci di condivisione, come siamo diventati così poco empatici e solidali?

Quando si taccia di buonismo chi aiuta e sostiene l’accoglienza si dovrebbe pensare al fatto che siamo umani, prima ancora di essere cittadini e membri di uno Stato. E ciò che ci rende umani, oltre all’esigenza e all’istinto di migrare, è l’empatia.

L’empatia è la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di percepire immediatamente lo stato d’animo altrui. Ha molto a che fare con ciò che chiamiamo anima, senza la quale saremmo solo corpi mossi da istinti e nient’altro. Sembra tutto molto retorico e poco pratico. Ma non c’è niente di più logico e naturale che entrare in empatia con chi vive condizioni simili o uguali a noi. Perché non riusciamo più a farlo?

                                                                                                                                                                             Assunta Nero

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