Sudan, il presidente al-Bashir si è dimesso: quali gli scenari possibili?

A primavera non sbocciano soltanto i nuovi amori ma, da quanto si evince dalle notizie di politica estera degli ultimi giorni, scoppiano anche le rivoluzioni

Omar Hassan Ahmad al-Bashir, the president of Sudan, listens to a speech during the opening of the 20th session of The New Partnership for Africa's Development in Addis Ababa, Ethiopia, Jan. 31, 2009. The partnership's primary objective is to eradicate poverty in Africa and bring long-term and sustainable political, economic, and social change to the continent. (U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Jesse B. Awalt/Released)
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Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir, ha rassegnato le dimissioni

A pochi giorni dalla dipartita dell’anziano presidente dell’Algeria, Abdelaziz Bouteflika, anche il presidente Omar al-Bashir è stato costretto a rassegnare le dimissioni, dopo mesi di manifestazioni e pressioni politiche. E’ stata proprio l’elite militare, con la quale deteneva il governo del Sudan da esattamente 30 anni, a metterlo con le spalle al muro e costringerlo al ritiro. Le strade di Khartoum ribollono da mesi, ma gli scenari successivi appaiono ancora incerti. Le sorti del paese sono ancora in mano ai militari dai quali dipenderanno gli sviluppi politici. La domanda fondamentale è: quanto saranno disposti a concedere?

La piazza ribolle in attesa del nuovo destino del Paese

Le proteste sono iniziate da dicembre scorso in un escalation di rivendicazioni che ha costretto i militari a voltare le spalle al 75enne Omar al-Bashir, il quale, messo agli arresti domiciliari, ha rassegnato le dimissioni. Da quanto riporta Al Jazeera, l’esercito avrebbe arrestato il primo ministro, Mohamed Taher Ella, l’ex ministro della Difesa, Abdul Rahim Mohammed Hussein, gli ex vice presidenti Bashir, Ali Osman Mohamed Taha e Bakri Hassan Saleh e l’assistente di Bashir, Ahmed Mohamed Harun, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra in Darfur, oltre 100 personalità governative. Migliaia di persone si sono ammassate davanti al quartier generale dell’esercito in attesa di una pronunciazione, esortate a rimanervi dall’Associazione dei professionisti sudanesi (Sudan Professionist Association), la quale, fondata sette anni fa da circa 200 docenti universitari, è ora divenuta il punto di riferimento delle recenti manifestazioni di piazza. Sarebbero infatti in corso le consultazioni per eleggere un Governo di transizione. La piazza è in fervida attesa, insieme alle televisioni di tutto il mondo.

Alaa Salah, la ‘Regina nubiana’, il giovane volto della rivolta al femminile

Quella odierna sembra essere anche la primavera delle donne. A diventare simbolo delle proteste che infuocano il paese da mesi è una giovane ragazza sudanese, Alaa Salah, 22enne studentessa di architettura a Karthoum, i cui canti tradizionali che invocano la trasformazione politica del paese sono diventati virali, raccogliendo migliaia di visualizzazioni. Soprannominata ‘Kandaka’, che significa ‘Regina nubiana’, la giovane studentessa si è unita alle proteste fin da principio, divenendo il volto e l’immagine di questa coraggiosa primavera. “I proiettili non uccidono quello che uccide è il silenzio”, recita un poema rivoluzionario risorto nelle parole di Kandara che lo ha scelto come slogan per le sue incursioni di piazza che hanno fatto il giro del mondo.

Tre possibili scenari in una primavera colma di colpi di scena

Così come gli amori primaverili che possono rapidamente sfiorire, le rivoluzioni irrompono come un incendio al principio ma non sempre superano indenni le piogge autunnali. Quale forma prenderà la transizione che si è aperta in Sudan è la domanda saliente cui tentano già di rispondere studiosi, statisti e politici di tutto il mondo. Rino Tavarelli, sulla rivista di geopolitica italiana Limes, svela tre possibili scenari. Il primo, quello più auspicabile, consisterebbe in una immediata transizione verso quel “sistema politico inclusivo e con maggiore legittimità” invocato contestualmente da Usa, Regno Unito, Norvegia e Unione Europea, che hanno dichiarato il loro sostegno al popolo in rivolta. Meno desiderabili gli ultimi due scenari previsti da Tavarelli: una presa di potere da parte della corrente islamista nella formazione di Bashir (Partito del congresso nazionale) o una giunta militare. D’altronde, i militari vogliono evitare che il paese cada nel caos e, nel frattempo, i paesi della regione non si sono espressi: Egitto, Arabia saudita e gli Emirati, che finora hanno sostenuto politicamente ed economicamente Bashir, hanno scelto di non esporsi. Quando, una volta uscito dalla crisi politica, verrà delineato il nuovo Sudan, prenderanno forma anche le nuove relazioni. In un mondo di relazioni e interconnessioni, è arduo prevedere quali saranno i risvolti politici della crisi, ma non si può escludere una primavera colma di colpi di scena.

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