Suicida in cella: la silenziosa storia delle morti di serie B

Un altro detenuto è morto suicida in cella a Perugia, nel silenzio di istituzioni e opinione pubblica

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Suicida in cella con una corda al collo: è così che il 5 giugno un uomo ha deciso di togliersi la vita, nello spoglio cubicolo che gli era stato assegnato nella Casa Circondariale Capanne di Perugia.

L’uomo, un sessantenne affetto da problemi psichiatrici, stava scontando una pena di sei anni e otto mesi di reclusione in carcere per l’omicidio della madre ottantenne, avvenuto nel marzo dello scorso anno a Montelaguardia, nella periferia di Perugia.

Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l’Umbria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria,  racconta di come il folle atto dell’uomo suicida in cella sia stato scoperto dal compagno di stanza, al suo rientro da un colloquio. Nonostante il repentino intervento del personale di polizia penitenziaria e del medico, non è stato in alcun modo possibile rianimare l’uomo, ormai già privo di vita.

L’anonimo suicida in cella che va ad aggiungersi ad un lungo elenco che quasi nessuno conosce

È l’Italia del Giugno 2019, quella dove la notizia di un anonimo suicida in cella passa ancora in sordina perché poco interessante, solo inesorabilmente allarmante. I dati sulle morti in carcere brillano per la chiarezza con cui ci chiamano: sono sempre di più e sempre più frequenti.

Lo scorso è stato un anno nero, quasi il peggiore. Nel 2018 a togliersi la vita nelle carceri della nostra penisola sono stati in 63, più di un suicida in cella ogni settimana. Di ogni età, sesso, aspetto, religione, tipo di reato e di condanna. Solo il 2011 ha superato questo triste record con i suoi 66 suicidi.

La frequenza delle morti aumenta inesorabilmente: se nel 2015 il suicida in cella era uno ogni 1.200 detenuti, nel 2018 è uno ogni 950. Lo stesso rapporto riferito alle persone libere è di un suicida ogni 10.000 persone: cosa vuol dire? Che in carcere la percentuale di suicidi è 19 volte più alta che fuori.

Le dichiarazioni del segretario del SAPPE sul suicida in cella: è necessario cambiare rotta

suicida in carcereDonato Capace, segretario del SAPPE (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria), dichiara che il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Il segretario evidenzia come il drammatico gesto dell’ennesimo suicida in cella metta in luce i problemi sociali ed umani che permangono negli istituti penitenziari.

Capace punta l’attenzione sui dati: dal 2014 al 2018 i detenuti che hanno scelto la strada del suicidio come via di fuga dalla detenzione carceraria sono stati 230. Più di 1.200 coloro che hanno tentato di togliersi la vita, con oltre 10.400 gravi atti di autolesionismo.

Antigone, associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, da sempre in prima linea per la tutela dei diritti inviolabili dei detenuti, ha presentato una proposta di legge per il miglioramento delle loro condizioni . Lo scopo dell’iniziativa non è solo quello di prevenire le tendenze suicide di chi deve scontare una pena detentiva, ma anche quello di attribuire al carcere la funzione rieducativa per cui è stato istituito.

Giordana Liliana Monti

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