Suicidio di Pietro Artusi in carcere: aveva soffocato la compagna Roberta Priore

Dopo l’omicidio di Roberta Priore, il suicidio in carcere dell’assassino Pietro Artusi.

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Il suicidio è avvenuto nel carcere di San Vittore

Suicidio. Termina così la vicenda milanese di sangue, droga, amore e, soprattutto, di esistenze fragili. Vite spezzate da sé stesse, fortificate da nessuno. Roberta Priore è morta assassinata, soffocata dalla morsa di un soffice cuscino; a premerglielo sul volto c’erano le mani di Pietro Carlo Artusi, suo compagno di vita da pochi mesi. L’incertezza della vicinanza che si traduce in paura, la paura che costruisce violenza, un’efferatezza senza senso; anch’essa incerta. Così incerta che non c’era voluto molto a scoprire che l’omicidio, in quella concitata notte di marzo, era stato commesso proprio da Artusi. La polizia aveva appena rinvenuto il cadavere della Priore e lui, effimero con la coscienza ormai nera, ancora vagava per le scale del palazzo. Il suo interrogatorio si era presto trasformato in una confessione; e la sua fragile identità di uomo, compagno, femminicida, detenuto si è presto tramutata in quella di un suicida. Nella notte tra il 23 e il 24 marzo, è avvenuto il suo suicidio: soffocato dalla morsa di un soffice laccio, dalle sue stesse mani stretto saldamente alle sbarre. Il coma è divenuto quasi subito irreversibile. Il suicidio, atto che liberando incolpa, chiude così questa vicenda in cui la fragilità ha ottenuto compensazione solo al prezzo di due vite.

I fatti: la ricostruzione di Artusi dell’omicidio della sua compagna

Secondo la ricostruzione fatta dallo stesso Artusi durante il suo interrogatorio di garanzia, lui e la Priore sono usciti a cena la sera del 18 marzo. A causa di alcune parole che la donna avrebbe scambiato con un uomo al bar, la cena di coppia si sarebbe trasformata in una lite particolarmente accesa; complice anche l’uso di cocaina. Artusi se ne è andato, furibondo. Ma ha poi raggiunto nuovamente la sua compagna presso il suo appartamento di via Piranesi a Milano; qui la lite sarebbe divenuta una lotta, con urla, botte oggetti lanciati e coltelli branditi (Artusi aveva effettivamente delle ferite). Al culmine, è avvenuto l’omicidio di Roberta Priore, tramite soffocamento con un cuscino premutole in faccia. Artusi ha cercato di incendiare l’appartamento per rendere più difficili le indagini; ma è riuscito solo a bruciare qualche pezzetto di carta e a causare qualche bruciatura sul cadavere della compagna. Ha poi tentato il suicidio, aprendo i tubi del gas. Questo primo tentativo di suicidio, però, è fallito. Se ne è quindi andato dall’appartamento; e quando più tardi ha fatto ritorno, ha trovato i carabinieri nel palazzo, allertati dalla figlia della Priore che non riusciva a contattare la madre. Qui è stato fermato. Roberta Priore aveva perso un’altra figlia di 3 anni nel 2005, tragicamente precipitata dalla finestra dell’abitazione dove abitava; nei giorni precedenti al suo omicidio, i carabinieri erano già intervenuti in via Piranesi per un violento alterco tra lei Artusi, future vittime di omicidio e suicidio.

Il suicidio di Artusi

Nonostante fosse sorvegliato con particolare attenzione, Artusi è riuscito ugualmente a impiccarsi nella sua cella di San Vittore. Così è avvenuto il suicidio e a nulla sono serviti i soccorsi ed il ricovero in ospedale. Così la morte lo ha raggiunto, quella stessa morte – frutto maturo di un’inquietudine condivisa – che lui stesso aveva insinuato fin nel corpo della donna a cui era legato. Il femminicida si è sentito troppo in colpa? Un peso che si era cercato e che non poteva sopportare? L’omicidio è stato il tragico errore di mira di una violenza autodistruttiva? Come possono uomini e donne che si amano approdare all’omicidio e al suicidio? Tutte domande infarcite di morale, che non possiamo (e dobbiamo?) fare a meno di porci, quando sentiamo storie simili. Ma anche tutte domande senza risposta; e che, per questo, intensificano la fragilità che giace al cuore della vicenda.

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