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Supporto psicologico ai malati oncologici: una carenza che pesa sulla cura

by Patricia Iori
25 Gen 2026
in Diritti Umani
Reading Time: 5 mins read
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supporto psicologico narcolessia
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Nel dibattito sull’oncologia, l’attenzione è quasi sempre rivolta ai progressi della ricerca farmacologica, alle nuove terapie mirate o all’innovazione tecnologica nella diagnosi precoce. Meno evidente, ma non meno rilevante, è un aspetto che continua a rimanere ai margini del sistema di cura: il supporto psicologico ai pazienti oncologici. Eppure, la dimensione emotiva e mentale della malattia rappresenta uno dei fattori determinanti nel percorso terapeutico, tanto quanto la scelta del protocollo clinico.

Secondo le stime più accreditate, oltre la metà delle persone che ricevono una diagnosi di tumore sviluppa forme di distress psicologico clinicamente significative. Ansia persistente, stati depressivi, disturbi del sonno e la costante paura di una recidiva non sono semplici reazioni transitorie, ma condizioni che possono incidere profondamente sull’evoluzione della malattia e sull’efficacia delle cure. Tuttavia, in Italia solo una minoranza delle strutture oncologiche dispone di personale specificamente formato in psiconcologia, lasciando una larga fetta di pazienti senza un adeguato sostegno.



Un bisogno diffuso

Il cancro non è soltanto una patologia biologica. È un evento esistenziale che investe l’identità della persona, altera i progetti di vita e mette in discussione il rapporto con il proprio corpo e con il futuro. La diagnosi, spesso improvvisa, produce un impatto emotivo che può essere paragonato a un trauma. Nei mesi e negli anni successivi, il paziente è chiamato a confrontarsi con trattamenti invasivi, effetti collaterali debilitanti e un’incertezza costante sull’esito delle terapie.

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In questo contesto, il supporto psicologico non dovrebbe essere considerato un servizio accessorio, ma una componente strutturale del percorso di cura. Tuttavia, la realtà italiana restituisce un quadro disomogeneo: soltanto circa il 20% delle strutture oncologiche può contare su professionisti adeguatamente formati per affrontare le specifiche problematiche psicologiche legate alla malattia oncologica. Il risultato è una presa in carico incompleta, che rischia di compromettere non solo il benessere del paziente, ma anche l’aderenza alle cure.

Distress emotivo e conseguenze cliniche

Numerosi studi scientifici hanno dimostrato come lo stato psicologico influenzi direttamente la risposta dell’organismo alle terapie. Livelli elevati di stress cronico e depressione possono avere effetti negativi sul sistema immunitario, riducendo la capacità del corpo di reagire alla malattia. Inoltre, i pazienti che vivono un intenso disagio emotivo tendono più frequentemente ad abbandonare i trattamenti, a saltare controlli o a non seguire correttamente le indicazioni terapeutiche.

Ansia e depressione non si manifestano solo nelle fasi iniziali della malattia. Anche dopo la conclusione delle terapie, molti pazienti continuano a convivere con la paura del ritorno del tumore, una condizione che può persistere per anni e che influisce sulla qualità della vita, sulle relazioni sociali e sulla capacità di reinserimento lavorativo.

La psiconcologia: una disciplina ancora sottoutilizzata

La psiconcologia nasce proprio per rispondere a queste esigenze complesse, integrando competenze psicologiche e conoscenze oncologiche. Non si limita a offrire uno spazio di ascolto, ma interviene su diversi livelli: dalla gestione dell’ansia pre-operatoria al sostegno durante i trattamenti, fino all’accompagnamento nelle fasi di follow-up o, nei casi più gravi, nelle cure palliative.

Secondo Gabriella Pravettoni, direttrice della divisione di psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia e professoressa di psicologia delle decisioni all’Università degli Studi di Milano, il distress emotivo non è un elemento marginale, ma un fattore che incide direttamente sull’andamento della malattia. I sintomi psicologici, spiega, hanno un impatto misurabile sulla qualità della vita e sull’efficacia dei trattamenti, influenzando anche i processi decisionali del paziente.

Nonostante queste evidenze, la psiconcologia fatica ancora a trovare un riconoscimento pieno all’interno del Servizio Sanitario Nazionale. La carenza di risorse, la mancanza di personale specializzato e una visione ancora troppo biomedica della cura contribuiscono a mantenere questo ambito in una posizione subordinata.

Un ulteriore elemento critico è rappresentato dalle forti disuguaglianze territoriali. L’accesso al supporto psicologico varia sensibilmente da regione a regione e, talvolta, anche tra strutture della stessa area geografica. Nei grandi centri oncologici del Nord Italia, la presenza di servizi di psiconcologia è più diffusa, mentre in molte realtà del Centro e del Sud il supporto psicologico è affidato a iniziative sporadiche o al volontariato.

Questa frammentazione crea una disparità di trattamento che si traduce in un’ingiustizia sanitaria: il benessere psicologico del paziente dipende più dal luogo in cui viene curato che dai suoi reali bisogni clinici.

Il ruolo dei familiari e dei caregiver

La mancanza di supporto psicologico non riguarda solo i pazienti, ma coinvolge anche i familiari e i caregiver. Chi assiste una persona malata di cancro è spesso esposto a un carico emotivo intenso, fatto di paura, senso di impotenza e stress prolungato. Senza strumenti adeguati per affrontare queste difficoltà, anche i caregiver possono sviluppare disturbi psicologici, con ripercussioni sulla loro salute e sulla capacità di offrire un sostegno efficace.

La psiconcologia, in questo senso, svolge un ruolo fondamentale anche nella mediazione tra paziente, famiglia ed équipe medica, favorendo una comunicazione più chiara e una gestione condivisa delle decisioni terapeutiche.

Negli ultimi anni, a livello internazionale, si è fatta strada l’idea di un modello di cura integrato, in cui la dimensione psicologica venga considerata parte integrante del trattamento oncologico. Alcuni Paesi hanno già inserito la valutazione del distress emotivo come standard nei percorsi di cura, prevedendo interventi mirati fin dalle prime fasi della diagnosi.

L’invecchiamento della popolazione e l’aumento dell’incidenza dei tumori rendono questa sfida sempre più urgente. Migliorare la sopravvivenza non è più l’unico obiettivo: oggi la qualità della vita durante e dopo la malattia è un indicatore fondamentale dell’efficacia del sistema sanitario.

Patricia Iori

Tags: ansiacarenza di personalecuremalatipazienti oncologicistruttureSupporto psicologicoVita
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