Susan Anthony rifiuta il perdono postumo: obiezione, signor Presidente

Susan Anthony è la sorprendente destinataria di un perdono presidenziale fuori dagli schemi, che ha scatenato non poche polemiche negli Stati Uniti.

Donald Trump ha concesso il perdono presidenziale postumo all’attivista Susan Brownell Anthony, passata alla storia per la sua lotta costante per i diritti delle donne. Nel centesimo anniversario dell’approvazione del XIX emendamento, gli Stati Uniti cancellano così una condanna imposta nel lontano 1872 da una corte federale. Il reato? Aveva votato, nonostante fosse una donna.

Eppure, la notizia del perdono presidenziale ha scatenato un fiume di polemiche che rischiano di investire, ancora una volta, le mura già messe a dura prova della Casa Bianca. Perché, secondo molte autorevoli voci, il perdono era l’ultima cosa che Susan Anthony avrebbe voluto.

Un caso eccezionale

Il 5 novembre 1872 era giorno di elezioni nel primo distretto della circoscrizione di Rochester, New York. I cittadini americani erano chiamati a esprimere il proprio voto in merito all’elezione di alcuni nuovi membri del Congresso. Una procedura comune, insomma, che però aveva già riservato non poche sorprese agli ufficiali preposti – a cominciare dalla fase di registrazione degli elettori.

Giorni prima Susan Anthony e altre quattordici donne si erano regolarmente registrate come elettrici. A un lettore contemporaneo può apparire come un fatto scontato, ma così non era per un cittadino americano del XIX secolo. Anthony e le sue compagne erano donne, e in quanto tali il loro voto non era propriamente legale. Questa fu peraltro la posizione dello scrutinatore Sylvester Lewis, che mise in discussione le qualifiche dell’attivista come elettrice.

Susan Anthony non si aspettava di votare. Secondo la strategia già adottata nel 1871 dall’Associazione per il Suffragio Femminile Nazionale, avrebbe attesto che la registrazione gli venisse negata per poi fare causa al distretto e portare il proprio caso davanti a una corte federale.  Ann D. Gordon, saggista

Curiosamente, le obiezioni di Lewis furono aggirate dagli ispettori chiamati a intervenire. Questi infatti si limitarono a porre alle donne le tre dichiarazioni richieste dalla legge federale per poter votare. Erano cittadine statunitensi? Si. Erano residenti in quel distretto? Si. Erano state pagate per votare? No. Erano elettrici qualificate.

Una svolta inattesa

E così votarono, segnando un colpo formidabile a favore dei diritti delle donne negli U.S.A. Festeggiarono l’evento come una vittoria incontestata, senza sapere che in quel momento il commissario William Storrs stava emettendo quindici mandati d’arresto. Il 18 novembre 1872 un agente di polizia bussò alla porta di Susan Anthony.

Successivamente [Susan Anthony, n.d.a.] chiese: “Per quale ragione?”. “Per arrestarvi” rispose lui. “E’ così che arrestate gli uomini?”. “No”. “Allora esigo che mi arrestiate come si conviene”.  Ann D. Gordon, saggista

Tutte e quindici furono arrestate, poiché non possedevano “il diritto legale di votare in quanto persone di sesso femminile”. Tuttavia, soltanto Anthony fu accusata in base alla legge federale per violazione dell’Enforcement Act del 1870, sezione 19. La sua difesa su affidata al magistrato Henry Selden.

Gli Stati Uniti contro Susan Anthony

La prima fase dell’inchiesta si concentrò sulla figura dell’attivista. Fu messo agli atti che Susan Anthony era a tutti gli effetti una donna e che, al momento del voto, aveva apparenze femminili – ovvero non era travestita da uomo. Fu a questo punto che Selden mise in discussione la validità stessa del procedimento. Non c’erano prove infatti che la donna avesse “coscientemente” commesso un crimine.

La tesi può apparire debole, ma poneva in realtà un punto importante. L’Enforcement Act del 1870 dichiarava infatti che l’illegalità del voto era sostenibile solo se l’atto era stato commesso “coscientemente”. In altre parole, se l’attivista aveva votato credendo, in assoluta buona fede, di averne il diritto, non c’era alcun crimine da condannare. La questione fu talmente dibattuta da essere infine portata di fronte a un Gran Giurì, che la risolse rifiutando l’interpretazione di Selden. Aveva così inizio il processo a Susan Anthony, davanti a una giuria di dodici uomini.

Fu un lungo scontro, pieno di rinvii e discussioni accese. Al termine del dibattito, il giudice chiese all’imputata se avesse qualcosa da aggiungere in sua difesa. E l’imputata ne aveva, di cose da aggiungere. In questo frangente Susan Anthony pronunciò uno dei più celebri discorsi in favore dei diritti delle donne nella storia, un’eredità che ancora oggi rende giustizia alla grandezza di questa guerriera inarrestabile.

La sentenza

L’ardore del discorso, tuttavia, non giovò alla sua causa. Il giudice federale chiamato a presiedere il caso dispensò la giuria, ritenendo che non fosse nemmeno necessario disturbarli per un verdetto. Pronunciò lui stesso la sentenza e dichiarò Susan Anthony colpevole, condannandola al pagamento di una multa di 100 dollari e di tutte le spese processuali. Anthony rifiuterà per tutta la vita di versare anche solo un centesimo di tale somma. Pagare, infatti, avrebbe significato accettare quello che lei stessa aveva definito “l’oltraggio peggiore della storia”.

Il giorno seguente alla sentenza, un giornale newyorchese riportava:

Se si tratta di decidere chi ha vinto e chi ha perso, la signorina Anthony è sicuramente in testa. Ha votato, e la Costituzione americana ha retto lo shock. Imporle una multa di cento dollari non cancellerà il fatto che le donne hanno votato, sono andate a casa e il mondo ha continuato a girare come sempre.

Il Diciannovesimo Emendamento, che proibiva ai singoli stati di ostacolare il diritto di voto dei cittadini in base al sesso, fu ratificato nel 1920. Oggi, cento anni dopo, la voce di Susan Anthony torna a reclamare giustizia.

Rifiutare il perdono presidenziale

L’atto esecutivo emesso questo agosto dal Presidente degli Stati Uniti annulla, di fatto, la condanna di Susan Anthony. Nella nota che accompagna il provvedimento, si descrive il processo che la vide protagonista come ingiusto e si sottolinea il desiderio di restituire alla Storia l’immagine immacolata di una vera eroina americana.

Una decisione encomiabile, che tuttavia ha sollevato numerose proteste in tutto il Paese. Perché? In primo luogo perché la stessa Susan Anthony non avrebbe voluto essere perdonata. Per tutta la vita contrastò la sentenza della corte federale, rifiutandosi di pagarne la sanzione proprio per non legittimarla. Accettare il perdono presidenziale oggi avrebbe lo stesso valore. Ammetterebbe, in sintesi, la validità del verdetto.

Questa è la posizione del Susan B. Anthony Museum & House, guidato da Deborah L. Hughes. In risposta all’omaggio presidenziale, Hughes suggerisce di trovare modi migliori di onorare la memoria dell’attivista. Tra questi assumere una posizione chiara nei confronti della cancellazione del voto e sostenendo battaglie da lei a lungo combattute, come l’uguaglianza sul lavoro e l’eliminazione di ogni forma di discriminazione.

Carlotta Biffi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *