Svastiche a Vienna: lo sfregio ai volti dell’Olocausto

L’esposizione fotografica di Luigi Toscano è stata deturpata con tagli, svastiche e scritte antisemite; «mi piange il cuore», afferma il fotografo

Immagine da: Pexels
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Vienna nel mirino antisemita – La mostra fotografica esposta lungo il Ring di Vienna è stata vittima dell’ennesimo slancio estremista; a denunciare l’accaduto è lo stesso artista Luigi Toscano attraverso un post di Facebook.

Il Centro ESRA, che perpetua da 25 anni nella rievocazione della shoah, ha dovuto fare i conti con l’ennesimo atto spiazzante; le precedenti tappe sono state Germania, Ucraina e USA, le quali non hanno constatato alcun tipo di problematica. Per il capo della comunità ebraica austriaca Oskar Deutsch è «un attacco alla memoria e lo interpreto come un attacco agli ebrei, ma anche come un attacco a tutti gli austriaci». Nell’arco di due giorni, la mostra ha svelato i primi tagli ad alcune opere.

Successivamente alla comparsa delle svastiche, il cancelliere Sebastian Kurz ha richiesto «un’indagine approfondita», sulla linea di una situazione politica già tesa: l’estrema destra del Fpoe è infatti appena uscita dalla coalizione di governo, il che anticipa alcune preoccupazioni. Al momento gli inquirenti stanno esaminando le immagini delle telecamere di sorveglianza, anche se il Ring sottoscrive un’area frequentatissima nel cuore di Vienna.




Ancora una volta, ci troviamo di fronte ad un contrasto tra simbolo e sua rappresentazione; che siano svastiche o deturpazioni di altro tipo, la ricetta resta sempre la medesima: un carattere simbolico assorbe le sfumature ideologiche di ogni contesto storico possibile. Benché alcuni non ne comprendano importanza e gravità, il suo sfoggio persiste, tanto da racchiudere società e ideali in un colpo solo. La svastica, come altri simboli, fa esattamente questo, sebbene si riferisca ad azioni storiche attualmente inconcepibili.

Il caso mi ricorda ciò che accadde a Pesaro nel 2017, quando la scuola primaria dedicata ad Anna Frank fu vittima delle medesime iniziative antisemite; anche in quel caso, la simbologia era stata perfettamente esaltata e contornata dalla scritta “make war not love”. Un atteggiamento chiaramente debordante, ma che rivela anche una facciata del fenomeno: d’altronde, la mancanza di una conoscenza storica o la sua svalutazione porta ad una mancanza di coscienza.

Usare una simbologia così forte per diffondere un clima di repressione concettuale esprime la totale assenza di un’etica; un elemento che ha perso la sua importanza e lasciato posto al disprezzo per i ricordi. In questo preciso momento, buona parte dell’UE mostra l’altra faccia della propria medaglia: una paura diffusa per il prossimo, per l’integrazione e la manifestazione di una comunità globale; timori che solo i simboli più retrogradi possono apparentemente annientare.

Eugenio Bianco

 

 

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