Tacchi e minigonna. Fenomenologia del maschilismo

Siamo un paese ancora profondamente sessista. La funzione della donna (sia essa deputata, cantante, docente) sparisce dietro il corpo e viene vista solamente come un oggetto sessuale

Sessismo, maschilismo, feticismo. In questi ultimi giorni, sono state tante le notizie che hanno riguardato la questione femminile. Dalle ultime accuse di maschilismo al vicepremier Salvini, alla storia già nota di Francesco Bellomo, ex Consigliere di Stato, travolto un anno fa dall’accusa di adescare ragazze attraverso le borse di studio del suo Istituto, e ora agli arresti domiciliari “per maltrattamenti, estorsione e minacce” alle sue borsiste. Dalle indagini, sono state definite in stato di sudditanza psicologica, obbligate ad un abbigliamento in tacchi e minigonna; le giovani hanno rivelato di avere un “contratto di schiavitù sessuale”, e Bellomo in una delle tante situazioni avrebbe detto “mentre attendevo che ti facessi viva mi sono fatto una lesione al pettorale, perché ho perso la concentrazione”, o ancora,

“Venerdì sera, quando entro in stanza, ti metti in ginocchio e mi dici ti chiedo perdono, non lo farò mai più. Non ha il significato della sottomissione, ma della solennità. Con le forme rituali”.




“Soprusi, manipolazione psicologica, sete di dominio e affermazione di sé”, dice la magistratura. Emerge la fotografia di un maschilismo esasperato, un’imposizione di superiorità del maschio che alle porte del 2020 fa quasi paura.

Eppure, il maschilismo permea le nostre vite perché subisce gli effetti di una società ancora troppo maschile. Siamo un paese ancora profondamente sessista e mi dispiace che a scriverlo sia una donna, lo direbbe anche un uomo. Le donne sono ancora considerate subalterne, non occupano posizioni di potere e quando una donna viene eletta o raggiunge una posizione di rilievo si riempiono i giornali come fosse un grande avvenimento (anche questa è una forma di maschilismo “interiorizzato”); le stesse manifestazioni per le donne non dovrebbero avere ragione d’essere. Restano i femminicidi, i dati sono stranoti, il gap fra gli stipendi è ancora alto, il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi in Europa.

Un oggetto sessuale

E più di tutto, la donna è ancora vista solo come un oggetto di desiderio, che di per sé nel privato va benissimo, ma quando sfocia nella sfera pubblica diventa un problema. La funzione (sia essa deputata, cantante, docente) sparisce dietro il corpo di donna e viene vista solamente come un oggetto sessuale.
Sono sempre attuali le eterne ossessioni feticiste del maschio medio, il tacco a spillo, la minigonna, il pantalone di pelle stretto, l’idea di avere un harem tutto per sé, con donne disponibili e vestite allo stesso modo (Bellomo insegna).
Il dress code, ad esempio, dovrebbe essere una libertà di scelta, non una imposizione (il giudice dava addirittura le indicazioni precise dei cm per la misura della gonna. E imponeva: “Stivali o scarpe non a punta, anche eleganti in vernice, tacco 8-12 cm, preferibilmente non a spillo. Borsa piccola. Trucco calcato o intermedio. Gonne o vestiti di colore preferibilmente nero o, nella stagione estiva, bianco”).

Donne in Parlamento, un po’ di contegno!

A proposito di dress code, è di pochi giorni fa un fatto curioso. Se i deputati maschi sono tenuti a vestire giacca e cravatta alla Camera, dovrebbero farlo, a modo loro, anche le deputate. Questo è il pensiero di Federico Mollicone che ha puntato il dito contro le colleghe a suo parere troppo scollate per sedere in Parlamento. Il deputato di Fratelli d’Italia in un post scrive: “Benvenuti a Montecitorio Beach. I temi sono… rispetto per l’Aula e pari opportunità… poi ognuno si veste come preferisce”.

Purtroppo Mollicone non immagina quanto sia inopportuno entrare nel terreno della censura degli abiti femminili. Le considerazioni di un uomo verso l’abbigliamento delle donne assumono sempre il sapore di un’imposizione maschilista. Una donna è elegante anche con un vestito lungo a spalle scoperte; i commenti mostrano una voglia di affermazione di sé e nascondono un sentimento di superiorità maschile (con l’arroganza di voler imporre un “corretto” dress code).

Fallo e basta!

Su questo tema, è stato appena presentato “Dicktatorship. Fallo e basta!”, un film di Gustav Hofer e Luca Ragazzi, coppia nella vita e nel lavoro da 20 anni. Con autoironia indagano sulle origini della supremazia maschile e su come reagiscono gli uomini di fronte all’emancipazione femminile. In autunno sarà nelle sale. Secondo loro, “I pilastri del sessismo in Italia sono: la scuola, la politica, i media, la famiglia e ultimo, ma non per importanza, la chiesa. Gli atteggiamenti sessisti sono trasversali e indipendenti dal ceto sociale, dalla provenienza geografica, dall’orientamento politico”.

Il problema degli stereotipi

Se è un problema di società e maschilismo “interiorizzato”, si dovrebbero educare i ragazzi fin da bambini ad una cultura più trasversale che non impone alle bambine di giocare per forza con le bambole e  i bambini a calcio. Gli stereotipi del privilegio maschile (dal banale “Auguri e figli maschi” agli appellativi solo al femminile come “puttana”) vengono trasmessi fin dalla nascita inconsciamente; alle femmine viene insegnato uno stereotipo di femminilità come unico possibile (ma chi decide cos’è femminile e cosa non lo è?). Tutto questo innesca meccanismi sessisti.

Forse è arrivato il momento di cominciare a parlare alle femmine di linguaggi di programmazione informatica e far giocare i maschietti con i fornelli di una cucina di legno.

Marta Fresolone

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