Nessun cambiamento per il mondo della cultura nella manovra 2019

Colpiti non solo i musei, ma anche attività commerciali come librerie e cinema

Anton Raphael Mengs, Parnaso, Museo dell'Hermitage
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Che nel governo del cambiamento non ci fosse spazio per il mondo della cultura e della ricerca, era ben evidente dal microscopico spazio che a tali argomenti era stato dedicato nel testo del “contratto di governo”.

Tuttavia, la scelta di una persona come Alberto Bonisoli in qualità di Ministro dei Beni Culturali, che per esperienza professionale dovrebbe conoscere direttamente alcuni dei problemi più gravi legati al mondo della cultura italiano e che interessano ugualmente i diversi ambiti appartenenti alla stessa categoria (archeologia, storia dell’arte, archivistica, arti dello spettacolo, etc.), aveva fatto brillare un piccolo barlume di speranza per gli appassionati ed i professionisti dei beni culturali, anche alla luce delle proposte fatte dal ministro di assumere 4000 persone tramite concorso; la carenza di personale competente è infatti una delle principali problematiche che affligge la gestione dei beni culturali, in special modo quando si tratta di lavorare sul territorio.

Tutte queste buone intenzioni però cozzano violentemente con la realtà dei provvedimenti inseriti nel disegno di legge di bilancio per il 2019, in cui le assunzioni previste per la cultura sono 1000 tra il 2020 e il 2021 con 500 assunzioni annuali, da dividersi tra diversi ruoli e categorie a partire dal 2020. Un numero molto scarso, se calcoliamo che alla perenne e cronica assenza di personale nel Ministero dei Beni Culturali si aggiungeranno i vuoti lasciati dai lavoratori che andranno in pensione, tenendo conto anche degli effetti derivati dalla cosiddetta “Quota 100”: queste mille assunzioni, per quanto siano un segno positivo, sono comunque una goccia nel mare, stando anche a ciò che lo stesso Bonisoli aveva affermato davanti alla Camera di Deputati il luglio scorso, cioè la necessità di un piano di assunzioni straordinario relativo a 6000 posti di lavoro. Sempre inerente a questo argomento, nella manovra 2019 si prevede lo slittamento della graduatoria del concorso MiBACT del 2016, con un limite di spesa di 3.750.000 euro.




Altre misure poco incoraggianti

Per quanto riguarda invece i fondi stanziati per la cultura, il panorama è alquanto disarmante, poiché la maggior parte dei provvedimenti proposti consistono in tagli, che colpiscono sia i musei autonomi (2.350.000 euro in meno), ma anche le piccole attività commerciali legate al mondo della cultura, quali librerie e cinema. Questi ultimi, insieme alle case editrici, subiranno una decurtazione sui crediti d’imposta (agevolazioni fiscali) pari a 5.590.250 euro annuali a partire dal 2020: questo provvedimento, se attuato, sarà un duro colpo per tutte le piccole realtà indipendenti, che al contempo faticano a tenere testa alla concorrenza di servizi digitali come Amazon o Netflix, per citare quelli più diffusi e noti.

cultura manovra
Alberto Bonisoli, odierno ministro dei Beni Culturali. Fonte: artribune.com

Guardando al futuro, questa mossa in particolare potrebbe rivelarsi poco intelligente, se si vuole aiutare la piccola e media impresa che caratterizzano fortemente la realtà economica italiana e tenere viva la tradizione storica e culturale che certe attività rivestono nel loro contesto territoriale; la diversità, specialmente per quanto riguarda ambiti come quello editoriale e librario, è un valore insostituibile nello sviluppo di un panorama culturale vivace e vario in grado di offrire infinite proposte ai suoi fruitori.

Anche l’iniziativa, molto discussa e criticata, del Bonus Cultura per i diciottenni, sarà oggetto di forti tagli: si parla di circa 20 milioni di euro in meno, cioè da 290 milioni di euro a 270, ma è stato assicurato che i 500 euro continueranno ad essere erogati agli aventi diritto.

Sebbene però i musei autonomi subiscano un taglio superiore ai 2 milioni di euro, saranno esonerati dall’applicazione delle norme di contenimento delle spese, come si legge nel testo ufficiale: queste istituzioni insomma avranno la facoltà di investire in progetti di valorizzazione e ricerca. Questa decisione, anche se molto positiva, però avvantaggia grandi poli museali che possono contare su ingenti introiti grazie alla loro fama, mentre nulla è previsto a favore dei musei locali, maggiormente ostacolati nella loro attività di tutela e diffusione del patrimonio culturale locale.

Ulteriore misura presentata riguarda le fondazioni lirico-sinfoniche, da anni al centro di procedure di risanamento: il disegno della legge di bilancio riconferma fino al 31 dicembre 2020 le funzioni del commissario straordinario, che troveranno i fondi necessari tramite la riduzione del Fondo Unico per lo Spettacolo.

Gli investimenti per la valorizzazione dei beni culturali infine, vengono citati nell’ambito dei fondi destinati alla riqualificazione delle infrastrutture, dell’edilizia pubblica, alla prevenzione del rischio idro-sismologico e indirizzati agli enti territoriali: si tratterebbero di circa 3 miliardi per il 2019, 3.4 miliardi per il 2020 e 2 miliardi per 2021. Sotto una certa prospettiva, è difficile che parte di questi fondi vedranno una destinazione nella valorizzazione dei beni culturali e ambientali, a fronte di altri problemi che evidentemente e purtroppo hanno una maggiore priorità; tuttavia è ancora troppo presto per fornire giudizi solidi, dato che si tratta ancora di un disegno di legge e gli enti territoriali potrebbero rivelarsi degli investitori oculati e attenti nel finanziare progetti mirati agli obiettivi sopra citati.

Ciò che emerge non sono previsioni rosee per il mondo della cultura: a questo si aggiungono tutti i problemi che i professionisti della cultura devono affrontare, tra cui il mancato riconoscimento di alcune categorie a livello ufficiale, i concorsi con requisiti impossibili, la continua infrazione dei diritti dei lavoratori, che spesso si traduce in stipendi miseri talvolta oltre i limiti dello sfruttamento e carichi di lavoro insostenibili a fronte della mancanza di personale. Ultima ma non meno grave è l’assunzione di personale non qualificato, prassi sempre più comune e che sembra non suscitare troppo scandalo, ma che sul lungo termine può rivelarsi una scelta disastrosa per la tutela del patrimonio culturale. In certa misura sconfortante è anche il mutismo di Bonisoli in merito alle misure proposte in questa manovra tanto discussa e criticata, che hanno confermato ancora una volta la linea sostenuta da questo governo in merito di investimenti sulla cultura.

Barbara Milano.

 

 

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