Se Tajani nel 2021 dice che la donna si realizza solo essendo mamma

“La famiglia senza figli non esiste e la donna si realizza pienamente attraverso la maternità”. Chi ha detto questa frase? Un sacerdote nel 1800? Vostra nonna ottuagenaria che, cresciuta in un contesto culturale e sociale imbevuto di patriarcato, lo ha interiorizzato e ve lo ripropone ogni domenica assieme alle lasagne, accompagnato dall’annosa domanda “Quando ti sposi?”? O, ancora, qualche esponente un po’ fondamentalista di un qualsiasi movimento pro-vita? No. Che la donna si realizzi solo attraverso la maternità lo ha detto Antonio Tajani, coordinatore di Forza Italia ed ex presidente del Parlamento Europeo. Uno di quelli, secondo alcuni, candidati a essere il rappresentante dei moderati italiani. Tajani ha espresso il suo irrinunciabile parere all’interno della cornice di iniziative realizzate dal suo partito in vista della festa della mamma di questa domenica.





Senza commentare oltre l’intervento di Tajani, che già si commenta da sé, per questa festa della mamma qui a Ultima Voce, ci siamo proposti di elencare una serie di dati relativamente alla maternità in Italia nel 2021. Si sa mai che, prima di parlare, ovviamente da uomo, l’on. Tajani prenda in considerazione le sfumature delle ambizioni personali, delle questioni economiche, sociali e culturali che caratterizzano la nostra società, che vive tra l’altro un momento complesso, su cui è sempre prudente astenersi da giudizi lapidari.



La maternità in Italia nel 2021

Partiamo da un dato semplice, fornito dal sesto rapporto “Le Equilibriste”. Nell’anno della pandemia 249 mila donne si sono ritrovate disoccupate. 96 mila di queste sono madri. 4 su 5, poi, hanno figli con meno di cinque anni. Il problema è sotto gli occhi di tutti: gli asili nido e le scuole dell’infanzia sono rimasti chiusi durante quest’anno di pandemia. Se, dopo aver studiato una vita e aver contratto un mutuo, mi concedo pure il lusso di tenermi il lavoro, come genitore, ho varie opzioni sul tavolo. Vado al lavoro? Non posso lasciare i figli ai nonni, perché soggetti fragili o, in aggiunta, perché magari non vivono nella mia città. Pago una babysitter? Praticamente lavoro e calcolando un 10 euro l’ora per la ragazza che viene a occuparsi del bambino, per 6 ore al giorno (al ribasso), per 20 giorni al mese, beh: sono 1200 euro, tondi tondi. Posso chiedere al mio capo se, gentilmente, ci pensa direttamente lui al bonifico alla babysitter, senza la lungaggine di passare attraverso il mio conto.



Lavoro agile e lavoro fragile

Oppure, se la mia professione lo consente, posso decidere di stare in smart working: in uno stato di grazia lavorerò cullando l’infante, mentre risponderò al telefono, scriverò e cucinerò, tra momenti in cui tendere l’orecchio per verificare che mio figlio non si sbronzi di candeggina e fasi in cui il tasso di “Mamma” al minuto raggiungerà cifre vertiginose. Ed è bello pensare all’idea di genitorialità condivisa, in cui gli sforzi della famiglia vengano sostenuti da entrambi i genitori in modo equo, ma, ehi! C’è un altro problema: se sistematicamente nel mondo del lavoro sono gli uomini a essere pagati di più, è chiaro che facendo due conti sarà lo stipendio (e la carriera) della donna da offrire sull’altare della gestione famigliare.

La sfida della genitorialità

Quello di cui Tajani parla è però a monte e riguarda la scelta della genitorialità. Sempre secondo i dati di “Le Equilibriste”, il 2019 ha visto 51.558 dimissioni o risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro da parte di padri lavoratori e madri lavoratrici. Sette casi su dieci (per l’esattezza 37.611 volte) hanno riguardato le lavoratrici madri, che nella maggior parte dei casi hanno riscontrato difficoltà nel conciliare lavoro ed esigenze famigliari.

Il nostro Paese, tra l’altro, detiene il record in Europa per l’anzianità delle madri: in media in Italia una donna vede la nascita del primo figlio a 31 anni e 4 mesi, mentre la media UE si attesta a poco meno di 29 anni e mezzo.

Cosa sarebbe potuto andare storto?

Ma veniamo all’elefante nella stanza: la pandemia. In questo periodo il tasso di natalità nel nostro Paese ha subito un decremento del 3,8% rispetto allo scorso anno. Ci sono state 16 mila nascite in meno. 456 mila posti di lavoro sono scomparsi e le donne rimaste disoccupate sono 42 mila in più rispetto agli uomini. Unica buona notizia che dice molto sulla nostra società: le uniche donne madri e lavoratrici che sono aumentate sono quelle che hanno figli dagli 11 ai 17 anni. La pandemia ha causato uno shock organizzativo all’interno delle famiglie, travolgendo circa 2,9 milioni di famiglie con figli minori di 15 anni in cui i due genitori o l’unico presente era occupato.

Lo stress da conciliazione

Particolarmente forte, poi, è stato lo stress da conciliazione. Questo fenomeno ha riguardato i genitori che non hanno potuto usufruire dello smartworking o affidare i figli a servizi formali o informali di cura. 853 mila nuclei famigliari, con figli tra gli 0 e i 14 anni: di questi 583 mila sono coppie e 270 mila monogenitori, di cui l’84,8% sono donne.

Cura Italia, Rilancio, Recovery Fund

La questione della genitorialità è esplosa: congedi parentali straordinari e bonus baby sitter (solo però per famiglie con entrambi i genitori occupati e nessuno di loro in cassa integrazione o beneficiario di altri sussidi) sono stati i tamponi con cui il Governo ha cercato di fermare l’alluvione. Cura Italia, Rilancio, Recovery Fund sono soluzioni in corsa a un sistema che era già traballante prima della pandemia. Guardiamo gli asili nido, ad esempio. Fanno parte a pieno titolo del sistema di istruzione dal 2017, ma in alcune regioni non esistono nemmeno.

Secondo un rapporto di Oxfam, i lavori di cura in famiglia contribuiscono per 10,8 trilioni di dollari all’anno all’economia mondiale: complessivamente valgono più del valore del mercato della tecnologia. Il 42% delle donne, nel mondo, non lavora per questa ragione, mentre gli uomini che si trovano in questa situazione sono il 6%.

Una rinuncia deliberata? 

Il segreto di Pulcinella dietro a questo problema è uno. Gli Stati sono consapevoli che la loro rinuncia agli investimenti nei settori cruciali per il benessere della famiglia verrà comunque colmata dal lavoro non salariato di chi rinuncia alla carriera. Questo crea una sorta di circolo vizioso: perché io, Stato, dovrei pagare per costruire asili e pagare insegnanti se la cura dei bambini può essere gestita gratis dalle mamme? Il problema sta proprio nel gratis: la rinuncia a tutta la fetta dell’occupazione femminile porta a un’abdicazione all’investimento dello Stato nell’istruzione di questi soggetti. È quindi un costo che lo Stato sta comunque sostenendo, senza ricevere nulla in termini di progresso da parte delle lavoratrici femminili che vengono lasciate a casa. Oltre al fatto che si generino disuguaglianze: ma questa sembra essere una consapevolezza con cui lo Stato e l‘on. Tajani sono disposti a convivere.

Elisa Ghidini

 

 

 

 

 

 

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