Tanti in Italia continuano ad essere discriminati senza utilizzare le leggi razziali fasciste

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Bridget Ohabuche www.ultimavoce.it

Di Bridget Ohabuche


Il fascismo dal punto di vista storico è morto con Mussolini. È cominciato nel 1919 ed è terminato nel 1945 ma tuttora rimane la sua disumana eredità nelle nostre leggi. Ottant’anni fa, furono approvati dei primi decreti sulla razza, la cosiddetta “Legge per la difesa della razza” che privò gli appartenenti all’ebraismo dei diritti più elementari, a differenza  degli altri connazionali italiani, cioè gli appartenenti alla cosiddetta “razza ariana” oppure “razza bianca”. Il sangue puro italiano fu un diritto centrale per l’acquisizione della cittadinanza italiana.

L’uguaglianza di trattamento tra “ariani e non ariani” non poteva essere più consentita in un’organizzazione sociale nella quale era dominante il principio della difesa della razza pura. Agli ebrei furono revocati la cittadinanza e furono introdotti i divieti di studiare nelle scuole pubbliche e quello di sposarsi con italiani “ariani”. Anche nelle colonie italiane, fu cancellata l’attribuzione della cittadinanza italiana ai nativi libici con la “Legge organica per l’amministrazione della Tripolitania e della Cirenaica” n. 1013 del 26 giugno 1927 modificando le norme introdotte nel 1919, che consentivano ai nativi libici di richiedere e acquisire la cittadinanza italiana.

Mussolini non aderì solo alle leggi razziali, le scrisse, le promosse e le fece approvare da politici italiani non propriamente classificabili come “brava gente”. La cittadinanza venne perciò utilizzata dal regime fascista come strumento al servizio di una politica di espansionismo nazionalistico e di repressione, esclusione e creazione di classi sociali subalterne.
Un’eredità fascista che rimane viva e pulsante come un virus che continua ad infettare imperturbabile giorno dopo giorno uno Stato che si dichiara libero già dal 25 aprile 1946, ma che limita ancora il diritto alla cittadinanza a più di un milione di persone nate e cresciute in Italia. I cosiddetti “italiani di seconda generazione” che per lo Stato non hanno il sangue italiano e devono aspettare fino al compimento del diciottesimo anno di età per essere riconosciuti insieme ai loro diritti.


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La negazione del diritto all’identità, appartenenza sociale e cittadinanza attraverso norme e leggi che continuano ad avere un impatto irreversibile sulla vita quotidiana di migliaia di loro che vengono limitati nell’opportunità di lavorare, studiare, formarsi, contribuire alla crescita individuale, a quella delle proprie famiglie e delle proprie comunità.

Oggi, festeggiamo la liberazione dell’Italia dal regime fascista, ma i nostri politici continuano ad approvare una lunga serie di leggi di eredità fascista che ancora limitano il diritto alla cittadinanza ad una platea sempre più vasta di persone rese invisibili e marginalizzate. Purtroppo non occorre la definizione delle “leggi razziali” per sapere che sono anch’esse profondamente discriminatorie.

In Italia sono ancora in vigore un corpus di leggi come la Bossi-Fini del 30 luglio 2002, n. 189 che disciplina i diritti degli immigrati e la legge 5 febbraio 1992, n. 91 che limita il riconoscimento dei figli di immigrati che di fatto, li escludono pur nati in Italia, dal servirsi di molti dei diritti validi per il resto della popolazione italiana. Il nostro sembra essere uno Stato che rimane nostalgico del proprio passato e che continua a rifiutare di rimediare, non sciogliendo i gruppi fascisti come Forza Nuova e onorando con statue e monumenti gli stessi personaggi fascisti e razzisti come fatto col monumento al boia e criminale di guerra Rodolfo Graziani ad Affile (Roma), che è al centro di un discorso portato avanti da numerosi intellettuali da diversi anni. Come il sangue puro italiano fu il simbolo della razza ariana per i fascisti, il sangue puro italiano “Ius sanguinis” rimane ancora quel diritto alla cittadinanza italiana riconosciuto dallo Stato.

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