L’Italia è una repubblica fondata sulle task force: da inizio pandemia sono 15

Task force o non task force? Alla fine della fiera, il problema è sempre questo: affidare le decisioni a un gruppo di esperti arbitrariamente costituito nel nome della presunta efficienza o rispettare i meccanismi previsti dalla cara vecchia Costituzione che, però, si potrebbero tradurre in lungaggini parlamentari rischiose per l’efficacia dei provvedimenti?





Non è sicuramente facile avere una risposta: molte sono le complessità che ingarbugliano il sistema Italia quando si parla di “gestione” e, soprattutto, quando si tratta di soldi. Task force o non task force? E’ il dubbio che attanaglia la maggioranza, che da giorni sul punto si scambia attacchi incrociati per quella sul Recovery Plan. Per il sì, anche se lui preferisce la metafora cinematografica della “cabina di regia”, c’è il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il premier vorrebbe infatti far gestire a un gruppo di esperti i 209 miliardi che il Recovery Plan europeo sta per inoltrare all’Italia.




Le perplessità sull’ennesima task force

Completamente in disaccordo è il redivivo leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che chiede un cambio di rotta al Governo. Perplessità anche da parte della presidente del Senato Casellati, che ha richiesto un ritorno al ruolo centrale del Parlamento nella definizione delle scelte programmatiche. Allineata al presidente del Consiglio invece la posizione del ministro all’Economia Gualtieri, del Pd, che ritiene necessaria una gestione centralizzata dei fondi. 




Al di là della specifica situazione, c’è da considerare che quella che dovrebbe gestire il fiume di denaro proveniente dall’Unione Europea sarebbe la sedicesima task force istituita dal Governo dall’inizio della pandemia. Senza demonizzarle in toto, però cosa ci possono dire della salute costituzionale del nostro Paese?

Una task force buona e giusta: il CTS

Si è iniziato con il sacrosanto Comitato Tecnico Scientifico, del 5 febbraio scorso. Quindici esperti compongono il team, che ha il compito di indirizzare il governo sulle restrizioni necessarie per gestire il contagio. C’è il presidente dell’istituto superiore di sanità, Brusaferro, e c’è pure Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità del Ministero della salute. Compaiono anche il presidente della società italiana di pediatria, Vilani, e il direttore scientifico dello Spallanzani, Ippolito. Dopo tre mesi dalla sua creazione,  ci si è fatti delle remore sulla composizione imperativamente maschile, e il CTS è stato integrato con sei donne. Lavorando già per la pubblica amministrazione, nessuno dei membri percepisce compensi.

Il CTS ha sostituito l’effimera task force costituita in seno al ministero della Salute, nel gennaio scorso.

La seconda: quella di Arcuri

La task force che tutti conoscono però è stata creata il 17 marzo ed è presieduta dal super commissario Domenico Arcuri. Questa è composta da 39 esperti, già al servizio della pubblica amministrazione. Gestisce mascherine, siringhe per i vaccini e l’approvvigionamento dei tanto folcloristici banchi a rotelle. 

Una terza task force è stata quella per la ripresa, istituita dopo il primo lockdown.  Venti esperti che hanno lavorato gratis sotto la direzione dell’ex manager Vodafone Colao, per presentare un documento ai famigerati Stati Generali. Documento che ha fatto notizia per qualche giorno e che poi deve essere finito a prendere polvere in un cassetto del ministero. 

Quella sull’informatica

E poi ancora, numero quattro: i 74 consulenti della task force Data Drive. Si tratta del gruppo che ha supportato la ministra dell’Innovazione Paola Pisano e che ha messo a punto l’app Immuni. Che, però, non ha mai davvero sfondato, anche se ora sembra prepararsi a una rinascita. 

Quella contro le fake news

Il 4 aprile è stata creata la task force anti-fake news. Questa dipende direttamente da Andrea Martella, sottosegretario di Stato con delega all’Informazione e all’Editoria. Si tratta di un gruppo di 11 professionisti del giornalismo e del debunking. E’ stato uno di loro, David Puente, ad affermare che questa task force “non è andata per niente bene”. La task force avrebbe steso una lista di proposte su tre ambiti di intervento, ma anche questo documento probabilmente deve essere finito nello stesso cassetto di cui sopra. L’unità sarebbe formalmente ancora in carica. 

Doppia task force per l’Istruzione e la Giustizia

E poi ci sono altre due task force al servizio del Ministero dell’Istruzione,  rispettivamente per la fase 1 e per il post lockdown. In tutto sarebbero coinvolti 100 consulenti. Non è da meno il ministero della Giustizia, che vanta sotto la guida del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede altre due task force. I 40 esperti del primo gruppo si occupano del sovraffollamento delle carceri durante la pandemia (ricordate la bufera di qualche mese fa sul rilascio di alcuni boss mafiosi? Ecco). Nel secondo pool di esperti, invece, i 20 componenti cercherebbero di far fronte ai problemi della giustizia in generale.

Una anche per le Pari Opportunità

Alle Pari Opportunità, poi, la task force “Donne per il nuovo rinascimento“, con 13 esperte pronte a monitorare il livello di gender equality e a predisporre (indovinate un po’) un documento di proposte. Tra queste vi sarebbero anche le avveniristiche iniziative di Pubblicità Futuro, una campagna pubblicitaria  basata su pannelli nelle stazioni che ritraggono i modelli femminili ispirazionali. In molti, però, hanno definito il gruppo di lavoro “una scatola vuota senza poteri”. 

Quella con gli Enti Locali

E poi ancora: la tutto sommato utile cabina di regia tra Governo ed enti locali. In questa siedono i ministri Speranza e Boccia, insieme ai presidenti regionali Bonaccini, Fontana e Musumeci. Spazio anche per la sindaca di Roma Raggi e per il presidente dell’Associazione nazionale dei Comuni Italiani, Decaro, che si porta anche il suo vice. Collateralmente lavora una seconda pseudo-task force, composta da sindacati e associazioni dell’imprenditoria.

Il lungo elenco dell’Economia

Ma veniamo al lauto banchetto della finanza. Il ministro dell’Ambiente ha dato la sua benedizione, a fine gennaio, per il “Gruppo di lavoro sulla finanza sostenibile”. Composto da 9 membri, afferenti da Banca d’Italia e dalle maggiori realtà bancarie del Paese. Altra task force sotto l’egida del ministero dell’Economia è quella per la liquidità del sistema bancario. Qui le sedie sono 35 e la composizione è simile a quella precedente.

Una repubblica fondata sulle task force

Al di là dell’opportunità di ogni singolo gruppo nato negli ultimi mesi, è necessaria una riflessione sul senso della task force mania. L’impressione è che, tra alcune formazioni essenziali, come il Comitato Tecnico Scientifico, ve ne siano alcune che, ricche di curriculum altisonanti e di proposte ambiziose, si siano poi  trasformate in quel che una task force dovrebbe evitare: un gigantesco castello di scatole vuote, fatto di nessun potere (ovviamente) e di tante riunioni. E’ come se il Governo avesse bisogno di dotarsi di esperti per deresponsabilizzarsi, senza passare però dal ben più critico passaggio parlamentare. Insomma: guardando alla lista infinita di nomi, esperti e documenti finiti del dimenticatoio, sembra che le task force siano la stampella del Governo, per la gestione del consenso, più che per la gestione del contagio.

Il Parlamento scavalcato

La creazione di strutture collaterali al Governo si traduce in due messaggi molto chiari, un po’ celati da quel rassicurante “Ci affidiamo agli esperti“. Il primo è una confessione da parte dei ministri che, appunto, affermano di non essere in grado di fare quel che dovrebbero, cioè investimenti e progetti. Il secondo è l’enorme pretesto che si sta pian piano costruendo il Governo: le task force non decidono nulla, formulano solo proposte. Il Governo seleziona quelle che gli interessano e le inserisce nei decreti. Potrà sempre dire: “Non lo diciamo noi, lo dicono gli esperti”.  Comodo. Non deve nemmeno passare dal Parlamento.

Elisa Ghidini

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