La storia dei tatuaggi

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Come nacquero i tatuaggi? Certamente non è un’usanza appartenente soltanto ai giorni nostri, anzi, in antichità era una pratica che assumeva diverse valenze, al di là dell’essere tatoogiovane e incosciente o uno strampalato come spesso si vuol credere.

Quando il capitano inglese James Cook approdò ad Thaiti verso la fine del 1700, notò che la popolazione locale ripeteva spesso la parola tattow, che derivava dal suono tau-tau, onomatopea che si riferiva al rumore che creava il picchiettio di un legnetto sull’ago che incideva la pelle. Come ago spesso si utilizzava la punta affilata di una conchiglia.

I tatuaggi nascono da un sentimento di devozione verso credenze e simboli che per l’essere umano significano sicurezza e forza, un modo per propiziare dei giorni felici. Per questo motivo i Celti si tatuavano animali ai quali erano devoti  quali il toro, il cinghiale, il gatto, gli uccelli e i pesci . Anche gli Egizi praticavano tatuaggi, infatti vennero pervenuti corpi di danzatrici e mummie tatuate risalenti al 2000 a.C. Questa pratica veniva invece rifiutata dagli Antichi Romani perché intesa come un’offesa verso il corpo ma presto dovettero smentirsi in seguito ad alcuni militari che nell’ammirare la forza e l’audacia di alcuni guerrieri britannici dal corpo tatuato, iniziarono ad emularli e a disegnare i propri marchi distintivi sulla pelle per rendere il loro aspetto più vigoroso. Nell’Undicesimo e dodicesimo secolo vi sono le ultime tracce di tatuaggi in Europa, praticati dai Crociati che oltre a incidersi la croce come segno di devozione, in caso di morte avrebbero ricevuto una sepoltura con rito cristiano.

Nel 1700 i marinai europei giunsero in contatto con altre realtà continentali e testimoniarono che le popolazioni indigene delle isole del Centro e Sud Pacifico usavano tatuare di nero le natiche delle giovani che raggiungevano la maturità sessuale. Gli indigeni dotati di grande spiritualità intendevano questi tipi di pratiche come necessarie tappe da seguire al fine di un percorso di vita sano, in particolare, si è venuto a conoscenza dell’usanza degli indigeni del Borneo che erano abituati a tatuarsi un occhio sul palmo della mano, in maniera da essere guidati sapientemente durante il passaggio nell’aldilà.

A Samoa era diffuso il “pe’a”, tatuaggio su tutto il corpo che richiedeva cinque giorni di sopportazione ma anche l’acquisizione di onore e rispetto una volta superata la prova di coraggio. I Maori si tatuano il volto una volta raggiunta l’età adulta e con il passare del tempo rifiniscono il disegno, detto Moko, per aggiungere alcuni avvenimenti fondamentali. Le donne Maori si tatuano il mento, signo di un legame profondo con un soldato Maori. Gli uomini Maori erano soliti firmare trattamenti con il Moko. Negli anni venti dell’ottocento comincia la macabra usanza di barattare pistole con teste tatuate di guerrieri Maori.

Spostandoci in Giappone è affascinante sapere che i tatuaggi orientali nascono dalla legge repressiva di portare il kimono decorato da parte del governo nei confronti delle popolazioni di basso rango. In segno di ribellione iniziarono così a tatuarsi quasi tutto il corpo. Il Governo nel 1870 dichiarò illegale questa pratica ritenuta sovversiva, ma il tatuaggio continuò a fiorire e a prosperare nell’ombra.

Samuel O’Reilly è il nome dell’inventore della prima macchinetta elettrica per tatuaggio che dal 1891 consentì di evitare tempi lunghi e dolorosi ai clienti.

La prima metà del ‘900 si distinse come un periodo di ripudio verso i tatuaggi, perché associati a minoranze etniche, prigionieri e disordini mentali. La pratica venne ripresa negli anni ’70 da Punks e Bikers, come simbolo di ribellione verso la società dell’epoca.

 

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