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Il terrorismo: La guerra psicologica dei nostri giorni  

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“Il terrorismo si è trasformato nell’arma sistematica di una guerra che non conosce confini o raramente ha un volto”
(Jacques Chirac)

Sempre più frequente, nei telegiornali, nei quotidiani o su internet sentiamo parlare di Terrorismo. Dall’11 settembre con il crollo delle Torri Gemelle, vediamo attentati nelle scuole, per le strade della città o omicidi con kamikaze che rivendicano la loro appartenenza alla cerchia terroristica. Un esempio sono gli ultimi eventi legati all’Isis: il gruppo radicale che si definisce Stato Islamico.

Se dovessimo definire cosa è il terrorismo, potremmo dire che nell’uso contemporaneo del termine, significa l’insieme dei “fatti criminali diretti contro lo Stato in cui lo scopo è di provocare terrore nella popolazione o in gruppi di persone” come affermò nel 1937 la Società delle Nazioni.

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Cosa nascondono gli atti terroristici?

Inizialmente si pensava che un terrorista fosse un individuo con disturbi della personalità. Quale uomo, sano di mente, commetterebbe crimini atroci contro l’umanità? Tuttavia successivamente si è visto che è la concomitanza di più fattori a portare al terrorismo. Alla base però echeggia la motivazione di diffondere i propri valori, anche se per la maggior parte distorti ed utopici.

Potrebbero esserci ragioni personali come l’umiliazione per il proprio gruppo, o traumi originati da perdite, o ragioni legate alla propria appartenenza ad un gruppo, come le rivendicazioni per la propria terra e il ripristino della gloria dell’Islam. Lo scopo è quello di spaventare quante più persone possibili portando avanti un clima di terrore in cui a comandare sono i terroristi.




Il terrorismo: una lettura in chiave psicologica

I membri delle organizzazioni terroristiche compiono attentati con la finalità di imporre la loro idealistica visuale, spesso in nome di una religione. Mirano a sottomettere e paralizzare in modo da far credere che le uniche soluzioni per sopravvivere siano aderire al loro credo.

Negli ultimi anni vi è stato come un crescendo di atti terroristici. Basti pensare alla strage del Bataclan in Francia o a quello di Manchester a Londra; a pagarne le conseguenze non sono solamente le vittime, ma anche i sopravvissuti. Ovvio è che non sempre dopo un attentato insorgano problemi psicologici permanenti, molto dipende anche dalla resilienza del soggetto. Come afferma però lo psichiatra Corrado de Rosa, vi sono altri sintomi:

“La popolazione può avere reazioni emotive (rabbia, ansia, panico, terrore, tristezza, depressione, ecc.), cognitive (disorientamento, confusione, ridotta capacità di concentrazione, ecc.), somatiche (insonnia, affaticabilità, cefalea e altri disturbi), comportamentali (facilità al pianto, reazioni di allarme e altro).”

Nel momento in cui scoppia una bomba, un camion investe innocenti o la cattiveria colpisce anche durante un concerto, la paura prende il sopravvento: si scappa o si resta. Si crea panico,scompiglio, le urla si diffondono e si può solo correre nella direzione più lontana dall’evento, o si rimane immobili. Nessuna libertà di movimento e una ferita visibile o nascosta che intacca la mente degli individui.

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Il terrorismo uccide la cultura. La cultura rende ignoranti e questa è la negazione di libertà più silenziosa e pericolosa.

Nel momento in cui si è davanti ad un atto terroristico, per nostra natura ne rimaniamo sconvolti. Ma anche solo reagire alla paura della morte sperando in un futuro migliore e non arrendersi alle psicosi potrebbe essere un primo passo alla lotta contro il terrore

Lettura consigliata: La psicologia del terrorismo di John Horgan

 

Silvia Rosiello

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