Thomas Vicary: abusare di un pollo per curare la peste

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Perché non provare a curare la peste bubbonica strofinando un pollo spennato (vivo) sui linfonodi ingrossati dell’appestato? Le ragioni sarebbero molteplici, ma evidentemente al chirurgo personale di Enrico VIII, Thomas Vicary, neppure una di esse sembrò sufficientemente valida per non farlo. E così il “metodo Vicary” divenne Storia.

Tra il 1347 e il 1660 la peste, dopo una spaventosa prima ondata epidemica, divenne un male endemico in Europa. In Inghilterra, in particolare, prese a colpire a intervalli tra 5 e 12 anni almeno fino alla fine del Cinquecento, decimando la popolazione. Le conoscenze mediche dell’epoca erano decisamente scarse e abbondavano i rimedi basati sulla superstizione, sulla fede o su intuizioni errate. Tra questi, la tecnica di cura (assolutamente inefficace) ideata da Thomas Vicary, medico personale di Enrico VIII, è così assurda da sembrare uno scherzo. O una tortura ai danni dei poveri malati. Di che si trattava?



Le forme della malattia

Anzitutto va precisato che la peste, malattia infettiva causata dal bacillo Yersinia pestis, poteva insorgere in tre diverse forme.

Se si veniva morsi da una pulce, veicolo preferito dal bacillo, o da un ratto infetto, in genere si sviluppava la forma bubbonica. Questa consisteva nell’ingrossamento dei linfonodi, che cominciavano a suppurare in forma di bubboni, con la comparsa di febbre, mal di testa e nausea. Nel giro di pochi giorni, però, l’infezione dai linfonodi raggiungeva gli altri organi, come il cuore o i polmoni, che finivano per cedere.

Particolarmente insidiosa non solo per i malati ma per chi se ne prendeva cura era l’infezione dei polmoni. Attraverso le goccioline di saliva espettorate – i droplets che il Covid-19 ci ha insegnato a conoscereil bacillo si trasmetteva ad altri individui. Chi respirava queste goccioline finiva contagiato, ammalandosi però non di peste bubbonica ma di peste polmonare. Un’infezione che partiva dai polmoni e che aveva un drammatico decorso nel giro di poche ore.

Stessa sorte toccava a chi contraeva la peste settica. In questo caso la fonte del contagio era sempre il morso di un animale infetto, ma il bacillo arrivava non ai linfonodi bensì direttamente nel flusso sanguigno. In questo modo, la rapidità di diffusione dell’infezione in tutto il corpo risultava enormemente più elevata.

Ora, il sistema di cura ideato da Thomas Vicary era pensato unicamente per quella bubbonica, dal decorso più lento e relativamente meno letale. In che cosa consisteva?

Il metodo di Thomas Vicary

“Voi o un vostro familiare avete iniziato a sentirvi male? Un doloroso gonfiore sotto l’ascella, ai lati della gola o all’altezza dell’inguine vi fa sospettare di aver contratto la peste? Oppure un “sozzo bubbone” è già comparso a fare la sua orribile figura? Niente panico!

Prendete una gallina o un gallo, rigorosamente vivi. Se li avete a disposizione in cortile, tanto meglio. Non ne avete sottomano? Uscite e catturateli! Insomma, che cosa state aspettando?!?

Preso? Molto bene. Adesso, spennate il pennuto. Se vi sembra di avere tempo e pazienza, togliete tutte le penne e le piume, altrimenti rasate soltanto la schiena e il didietro del volatile. Dovete torcergli le piume ma, ricordate, l’animale deve restare vivo e in salute. Perciò, visto che (come vi sarete accorti) il pollame becca, provvedete anche a a rendere inoffensivo il becco chiudendolo con una cordicella. Servirà anche e soprattutto per il passo successivo, ve lo assicuro.

Fatto? Fantastico. Ora prendete l’animale e strofinate la sua cute nuda sui bubboni presenti sul corpo del malato. Si agita? Non importa. Voi strofinate bene. Dopodiché, prendete i lacci più robusti che trovate e legate il pollo all’infermo in modo che aderisca bene ai bubboni. Lasciate riposare. E riposate anche voi, perché l’operazione, me ne rendo conto, può essere impegnativa.

Da ripetere finché, auspicabilmente, il pollo non si ammala e il paziente guarisce. O finché il paziente non muore – disgraziata eventualità, questa, che dichiaro fin d’ora di non poter scongiurare al 100% con il mio metodo”.

Ecco, se Thomas Vicary fosse un blogger contemporaneo e ne adottasse l’etica, probabilmente sul suo sito presenterebbe così la propria cura per la peste bubbonica.

“C’è del metodo in questa follia”

Oggi che sappiamo che la peste è una malattia infettiva di origine batterica, la terapia ideata da Thomas Vicary sembra un’assurdità. Tuttavia, il chirurgo personale di Enrico VIII non era un folle, né un sadico che godeva a vedere i pazienti passare dalla padella nella brace. Si trattava, invece, di un uomo che, formatosi come barbiere e chirurgo (associazione di mansioni comune all’epoca) aveva studiato attentamente l’anatomia umana. Per farlo aveva richiesto e ottenuto il permesso regale e l’assegnazione periodica di alcuni cadaveri alla sua gilda, approfondendo così le proprie conoscenze mediche. Il fatto è che, però, pur sperimentando alla ricerca di una nuova cura, il paradigma conoscitivo in cui Thomas Vicary si muoveva era inadeguato.

Ancora nel XVI secolo, infatti, era molto influente la medicina ippocratico-galenica. Un paradigma elaborato nell’antichità e progressivamente modificatosi che interpretava la salute come un equilibrio di calore/freddo e di rapporti tra gli umori. Ci si ammalava, secondo questo paradigma medico, allorché il corpo si surriscaldava/raffreddava eccessivamente, oppure se si verificava una sovrabbondanza di un certo umore. Nello specifico, in questo quadro la peste si configurava come una putrefazione degli organi interni dovuta a un eccesso di calore nel sangue. Per farvi fronte, perciò, si ricorreva a salassi nella parte del corpo dove si presentavano i bubboni. Inoltre, si cercava di far circolare l’aria nelle case e di bruciare legna e resine per far fronte alle “arie corrotte” (miasmi) che si ritenevano responsabili del contagio.

In difesa di Thomas Vicary

Thomas Vicary si poneva in continuità con questo ordine di idee, pur sforzandosi di superarlo. A suo parere, oltre ai quattro umori (sangue, flegma, bile gialla, bile nera) doveva esistere un’ulteriore sostanza o forza vitale. Mettere un pollo sano addosso a un appestato doveva servire a far defluire dall’ammalato all’animale l’infezione. Oppure, al contrario, a far confluire nell’appestato la salute del volatile. In ogni caso, il suo metodo mirava, forse ingenuamente, a uno “scambio” tra salute e malattia. Certo, la pratica in sé non può non suscitare oggi una reazione tra l’orrore e il divertimento. Nondimeno, va considerata un tentativo, talvolta disperato, di far fronte a un male che ancora per molti secoli (fino all’invenzione degli antibiotici) sarebbe risultato incurabile.

Valeria Meazza

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