Tom Petty è morto: il cuore ha tradito il leader degli Heartbreakers

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Quando ieri sera si è diffusa la notizia della morte di Tom Petty dopo il primo momento di leggero shock dovuto a un altro pezzo della mia giovinezza che se ne va e dopo aver appreso che era stato il cuore a tradirlo ho pensato che la morte ha un macabro senso dell’umorismo infatti Tom Petty è morto di infarto a soli 66 anni, ironico per un cantante la cui band di appoggio si chiamava The heartbreakers (gli spezzacuori).
C’è stato anche qualche minuto di giallo sulla morte del rocker americano che è stata prima smentita e poi confermata, ma in realtà di giallo non ve n’è alcuno. i fatti sono abbastanza banali e se non si trattasse di una star non sarebbe una di quelle morti che fanno notizia per la modalità.
Petty ha avuto un infarto, uno di quelli brutti, domenica, i soccorsi lo hanno trovato già in arresto cardiaco nella sua casa di Malibù ma è stato portato comunque in tutta fretta all’ospedale di Santa Monica, qui è stata tentata una rianimazione ma senza successo, probabilmente è stato attaccato alle macchine perché ancora ieri sera la polizia affermava di non poter confermare la morte, ma contestualmente usciva notizia che Tom Petty era circondato dai suoi cari e che c’era un ordine di non rianimazione che aveva lasciato nelle sue volontà e a quello i medici stavano per attenersi.





Petty era probabilmente più famoso negli USA, il suo paese, che in Europa, perché era niente più e niente meno che un grande esponente del classico rock americano, ma curiosamente il primo successo discografico arrivò con l’uscita del primo disco con gli Heartbreakers in Inghilterra dopo che negli USA non aveva fatto il botto , comunque non fu un grandissimo successo (sempre meglio del flop del primo realizzato con la sua band precedente), meglio fece il secondo album ma il primo vero successo fu il terzo album Damn the Torpedoes (1979).  Da lì in poi i risultati di vendita dei dischi che si sono susseguiti hanno avuto alti e bassi ma Tom Petty è rimasto stabilmente nell’immaginario collettivo come uno dei musicisti simbolo del rock americano, col suono dell’armonica presente in tanti brani, i lunghi capelli biondi, la sua voce inconfondibile (che col tempo era diventata un po’ più roca facendosi ancora più interessante)  e i caratteristici cappelli a cilindro.
Il successo che viene ricordato in queste ore, perlomeno qui in Italia, è Free Fallin uscito nel 1989 nell’album Full moon fever, gente di memoria corta,pur non considerandomi un super esperto, come non ricordare Into the great wide open? con un videoclip che era un minifilm che raccontava la storia di un rocker Eddie Rebel che passa tutti i classici stadi dalle stalle alle stelle e poi in crisi per sua stessa colpa, tra gli interpreti Johnny Depp nel ruolo di Eddie, Gabrielle Anwar (conosciuta per serie popolari come I tudors e C’era una volta) nel ruolo della sua ragazza, Faye Dunaway nel ruolo della manager, Terence Trent D’Arby nel ruolo di se stesso lo si intravede fuori dal club in cui Eddie fa il parcheggiatore e un giovanissimo Matt LeBlanc (Friends) a fine video nel negozio di tatuaggi.




Nel video di Into the great wide open c’è pure lo stesso Tom Petty, sia come narratore esterno alla storia nei suoi classici vestiti da scena che all’interno come comparsa al fianco di Johnny Depp.  A Petty probabilmente fare comparsate con molta autoironia piaceva perchè lo ricordiamo nel film post apocalittico The postman con Kevin Costner che gli dice che gli pare di conoscerlo e Tom che risponde “una volta ero famoso“.
E al cinema piaceva Petty visto che ne il Silenzio degli innocenti una delle vittime di Bufalo Bill poco prima del rapimento cantava la sua American girl a squarciagola in auto.
Ricordo Mary Jane’s last dance perché è la mia canzone preferita e quindi concedetemelo (e anche qui compare una star, Kim Basinger che però “recita” nel ruolo di un cadavere).
Non si può concludere questo breve ricordo di Tom Petty senza menzionare i Traveling Wilburys, se “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” è valido anche per soppesare la reale importanza di un artista, essere stato parte del supergruppo formato oltre che da lui da: Bob Dylan, George Harrison, Roy Orbison e Jeffrey Lynne (membro della Electric Light Orchestra) ci dice che forse Petty non avrà inventato qualcosa di nuovo ma ha lasciato la sua impronta nella storia del rock americano.

Roberto Todini

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