Tonnellate di ortofrutta buttate solo perché deformi

Trendy organic carrot, tomatos, leek and lemob from home garden bed on barn wood table, Australian grown.
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Almeno per la frutta e la verdura, l’apparenza non dovrebbe contare nulla. Eppure, da una ricerca svolta dall’Università di Edimburgo emerge che sono ben 50 le tonnellate di ortofrutta che vengono buttate semplicemente perché considerate “brutte da vedere”, e di conseguenza inaccettabili da vendere. Negli ultimi anni iI modo di consumare e vedere il cibo è cambiato radicalmente, tanto da non essere più considerato semplicemente come nutrimento fine a se stesso. Tuttavia, se da una parte ogni giorno nasce una nuova moda a riguardo, in alcune zone del mondo la popolazione è invece perennemente denutrita, ulteriore ragione per cui questi dati risultano del tutto sconvolgenti.

L’esempio più emblematico dell’assurdità delle leggi europee che regolamentano ciò che può raggiungere gli scaffali del supermercato e cosa no, sono le norme sui cetrioli che entrarono in vigore nel 1989 e per fortuna persistettero soltanto per una decina di anni. La normativa aveva lo scopo di definire le caratteristiche che i cetrioli dovevano avere per essere imballati e commercializzati, peccato che non bastasse che fossero soltanto visibilmente sani e interi, ma dovevano avere qualità molto più specifiche: il peso minimo dei cetrioli doveva essere di 180 grammi se coltivati in pieno campo, 250 grammi se coltivati in coltura protetta, la differenza di peso tra il cetriolo più pesante e il cetriolo più leggero all’interno di uno stesso imballaggio non poteva superare i 100 g se il pezzo più leggero aveva un peso compreso tra 180 e 400 g, un cetriolo con una lunghezza di 10 centimetri doveva avere una curvatura massima di 10 millimetri. In poche parole, i coltivatori anziché zappa e rastrello, dovevano avere goniometro e righello.

Tuttavia, nonostante questa legge paradossale sui cetrioli sia stata ormai fortunatamente abrogata, sono rimasti alcuni limiti per pochi prodotti ortofrutticoli, i quali però costituiscono la maggior parte della merce di scambio nell’Unione Europea, come ad esempio le mele, le quali devono avere 3/4 della superficie totale di colorazione rossa per le mele del gruppo di colorazione A, 1/2 per le B e 1/3 per le C, e nello stesso imballaggio la differenza di grandezza tra le mele non deve superare i 5 mm.




Viene dunque da chiedersi a cosa servono tutte le campagne di sensibilizzazione contro lo spreco alimentare se in realtà lo spreco avviene a monte, buttando addirittura un terzo dell’ortofrutta prodotta, che per quanto non sia perfetta esteticamente, mantiene lo stesso le sue preziose proprietà. Per quanto l’obiettivo di queste rigide regole sia di farci arrivare sulla tavola un prodotto di qualità, si dovrebbe considerare che la natura non produce pezzi standard in serie, ma ciò non toglie che non siano in ogni caso buoni e sani.

Roberta Rosaci

 

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