Traduttore traditore: tra le pagine della nuova edizione de Il Signore degli anelli

Senza l’uso di archi, frecce, asce o spade, si è combattuta un’aspra battaglia tra i lettori della saga di Tolkien, Il Signore degli anelli, quando, nell’ottobre dello scorso anno, è stata data alle stampe una nuova traduzione del testo.

Quando un classico della letteratura diventa un vero e proprio cult, grazie anche alla sua trasposizione cinematografica di gran successo, è molto difficile intervenire sulla traduzione senza rischiare di generare malcontenti. Come alcune battute dei personaggi della saga sono diventate iconiche, allo stesso modo anche i nomi dei protagonisti sono entrati a fare parte di un patrimonio culturale noto a tutti, tanto ai lettori e fan del libro quanto a chi ne ha soltanto sentito parlare.

Cosa accadrebbe dunque se, dopo anni, il fedele amico di Frodo, Samvise, dovesse essere ribattezzato Samplicio? E se al posto di appellare Aragorn col nome di Grampasso lo si chiamasse Passolungo? Forse necessiteremmo tutti di un goccino di qualcosa di forte alla locanda del Puledro Impennato… che nella nuova traduzione, però, diventa la locanda del Cavallino Inalberato!

Tolkien era un accademico, un esperto filologo e linguista, ed è per questo che nessun termine fu scelto a caso durante la stesura dell’opera, nemmeno i nomi propri dei protagonisti. L’originale “Samwise” deriva, infatti, dall’anglosassone samwís, dal significato evocativo che rimanda a “wise”, “simple”, ovvero “saggio”, “semplice”. Queste sfumature riuscivano a essere colte dal lettore anglofono, che non aveva bisogno di rifletterci troppo perché naturalmente quei nomi gli parlavano, raccontandogli qualcosa.

Ma cosa accadde quando il testo inglese giunse nelle case editrici italiane?

Era possibile veicolare gli stessi significati senza rinunciare ai suoni dei nomi originali? Quando ci si apprestò a tradurre Il Signore degli anelli, fu necessario compiere delle scelte.

Come l’anello della storia è protagonista di vicende complesse, che lo fanno passare di mano in mano fino ad arrivare a Frodo Baggins, così l’avventura editoriale dell’opera di Tolkien è costellata di imprevisti e casi particolarissimi.

La prima traduzione italiana del testo fu affrontata nella seconda metà degli anni ‘60 da Vittoria Alliata di Villafranca, quando la traduttrice aveva appena 17 anni. La compagnia dell’anello, primo tomo della trilogia, fu pubblicato dalla casa editrice Astrolabio-Ubaldini, ma lo scarso successo del libro determinò la mancata pubblicazione dell’opera completa.

Nel 1970, Alfredo Cattabiani, direttore editoriale di Rusconi Libri, decise di pubblicare l’opera completa con la traduzione di Vittoria Alliata sotto la supervisione del musicista e saggista Quirino Principe. L’edizione più celebre, tuttavia, è quella pubblicata presso Bompiani, agli inizi del 2000, con traduzione della Alliata rivista dalla Società Tolkeniana Italiana, che si premurò di correggere alcune vecchie scelte, come la resa del termine “vagabondo” con il più sensato “troll”.

È su questa versione dell’opera che si è formato il gruppo più nutrito di fan de Il Signore degli anelli e sulla quale si sono basati gli attori al momento del doppiaggio della versione cinematografica dell’epopea.

Nonostante i pregiudizi che sempre nutrono i lettori nei riguardi dei film tratti dai loro libri del cuore, la trilogia dell’anello fu anche sugli schermi un gran successo. Il pubblico di Tolkien aumentò e divennero iconici nomi, estetiche e battute dei personaggi.

Ma gli anni passano e, anche se i classici non invecchiano mai, il linguaggio si evolve. Nel 2018 si iniziò a pensare in Bompiani ad una nuova traduzione del testo. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che, al momento della pubblicazione il 30 ottobre del 2019, le polemiche sarebbero state tante e tali da alzare un enorme polverone sulla questione. A prendere le redini della nuova impresa di traduzione è stato Ottavio Fatica, affiancato dall’Associazione italiana Studi Tolkieniani.

Ciò che ha colpito subito i lettori della nuova edizione sono state le modifiche apportate ad alcuni nomi di personaggi e luoghi, cambiati da Fatica nel tentativo di rispettare maggiormente le intenzioni di Tolkien. A turbare gli animi è stata anche la nuova traduzione della Poesia dell’Anello, il cui epico finale “un anello per domarli, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nel buio incatenarli […]” si trasformava in “un anello per trovarli, uno per vincerli, uno per radunarli e al buio avvincerli […]”.





La massima che recita “traduttore traditore” è, purtroppo, tragicamente vera e riflette l’impossibilità di rimanere in tutto e per tutto fedeli al testo originale. Una certa dose di personale interpretazione finisce inevitabilmente per corrompere il testo nel momento in cui questo passa per le mani di un traduttore che deve transitare un significato da una lingua a un’altra.

Probabilmente, al di là delle scelte lessicali che differenziano le versioni, il vero divario tra le due edizioni risiede nella diversa modalità con la quale Alliata e Fatica hanno letto e assimilato il testo, condizionati anche dal momento storico nel quale si trovarono a lavorarci sopra.

La traduzione del 2000 riflette gli intenti della Alliata, e di Bompiani con lei, di presentare al pubblico un testo che potesse collocarsi in continuità con la grande epica, che da Omero attraversava i secoli abbracciando l’epopea cavalleresca fino ad arrivare ai giorni nostri. In questa edizione, ogni pagina trasuda epicità: il lessico, le scelte stilistiche e i diversi espedienti letterari impiegati trasferiscono un’aurea trasognante e antica al testo. Anche se per lo più assenti nella versione originale di Tolkien, la ricchezza di termini aulici e desueti è stata in grado di avvincere moltissimi lettori, trasportandoli in un altrove più vicino alla Contea che al mondo reale.

Nella locuzione latina nomen omen forse era già contenuto il presagio che avrebbe accompagnato Fatica nella sua opera di ritraduzione del testo.

Per quanto criticato, il lavoro è semanticamente più vicino alle intenzioni originali di Tolkien, che aveva scritto un’opera con un lessico accessibile a tutti e di facile fruizione per il suo pubblico. Nel corso degli anni è mutata la valutazione di un genere come quello Fantasy, che dall’essere considerato di “seconda categoria” ha acquisito una sua specifica dignità letteraria. Si è creato, così, un nuovo contesto nel quale Il Signore degli anelli si è finalmente potuto affermare come capolavoro del genere Young Adult.

È in questo nuovo clima culturale che, senza necessità di complicare il linguaggio o aggiungere arbitrariamente un’aggettivazione sovrabbondante per rendere più prezioso il testo, la traduzione di Fatica ha potuto recuperare lo stile diretto dell’autore, rendendo l’opera più accessibile al lettore contemporaneo. Se lo stile della Alliata era uniformemente aulico, la nuova edizione, asciugando il testo, riesce a riconquistare tutte quelle sfumature del registro, presenti nella versione del testo di Tolkien, che caratterizzano le parlate diverse di elfi, nani, hobbit, maghi e umani.

Ogni libro è vivo, e non solo perché i suoi lettori posando gli occhi sulla pagina e immaginando i mondi descritti ne vivificano le lettere stampate. L’oggetto prende vita ogni qual volta trova la forza di parlare a distanza di anni a generazioni per le quali il suo significato ha ancora qualcosa di valore da raccontare.

Nel caso delle traduzioni, sarebbe ingenuo pensare che queste possano rimanere immutate per sempre e non crescere con il tempo, incuranti degli occhi nuovi con i quali ci si interfaccia ai testi originali e degli stessi cambiamenti ai quali tutte le lingue sono di per sé soggette. Ciascuna impresa di traduzione richiede un coraggio da vero cavaliere, poiché pretende una dedizione a una causa impossibile da risolvere una volta per tutte.

Lavorare a una traduzione è come cercare di colpire con arco e frecce un bersaglio mobile: la traiettoria perfetta per il primo traduttore non è la stessa alla quale deve rifarsi il successivo per sperare di colpire il centro del suo nuovo obiettivo. Nessuna traduzione sarà mai perfetta, si può solo cercare ogni volta di avvicinarsi il più possibile al cuore dell’intera opera, fatta non solo di vocaboli e lessico ma di spirito e intenzioni.

Il Signore degli anelli sarà tradotto ancora e ancora perché tante generazioni possano continuare a seguire le vicende di Frodo. Le polemiche che a ogni nuova reinterpretazione faranno seguito non saranno altro che la spia della passione con la quale ciascuno si erge a difesa della propria versione preferita del testo. È sempre vivo il desiderio di alimentare un dibattito che continua, ancora dopo anni, a incendiare gli animi di quanti hanno amato l’opera di Tolkien.

Martina Dalessandro

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