Traffico illecito di rifiuti verso l’estero: un business italiano da 20 miliardi

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20 miliardi di euro: questo il giro di affari del traffico illecito di rifiuti dall’Italia verso l’estero. Dalle nostre coste ai Paesi sub-sahariani, passando per l’Africa del Nord, ecco come funziona uno dei circuiti più redditizi delle ecomafie.

Italia, Paese esportatore: non solo di prodotti alimentari o di abbigliamento, ma anche di rifiuti. Una parte di questi flussi segue processi perfettamente legali; ma, accanto alla filiera ufficiale, esiste anche un traffico illecito di rifiuti, che si muove dalle nostre coste fino ai Paesi africani.

La questione è tornata alla ribalta dopo che, a metà novembre, due grossi carichi di rifiuti illegali sono stati fermati durante il loro viaggio nel Mediterraneo. Il primo, intercettato dalla dogana tunisina nel porto di Sousse, consisteva in 70 container per un totale di 120 tonnellate tra rifiuti ospedalieri e materie plastiche. Il secondo, bloccato dalle autorità italiane, procedeva dalla Sicilia in direzione del Senegal, con a bordo 30 tonnellate di materiale: motori non bonificati, frigoriferi, radiatori e altre apparecchiature elettroniche.



Traffico illecito di rifiuti: un affare miliardario

Stando alle informazioni raccolte da Legambiente, l’esportazione illegale dei rifiuti italiani è un fenomeno che non conosce crisi né contrazioni. Il numero di denunce per questo reato aumenta di anno in anno: passando dai 6.887 casi del 2016, ai 7.984 del  2018. In tutto, sarebbero 459 le inchieste concluse dalle forze dell’ordine a partire dal 2002 (anno dell’introduzione del reato); per un totale di 2.023 arresti, 1.195 aziende indagate e 46 Stati coinvolti. Si attende a breve la presentazione dell’ultimo rapporto, che farà luce sugli sviluppi più recenti, presentando i dati relativi al 2019.

Il traffico illecito di rifiuti verso l’estero rappresenta una delle attività più redditizie delle ecomafie. Il giro di affari in Italia si aggirerebbe intorno ai 20 miliardi di euro; cifra che sale a 260 miliardi se si prende in considerazione l’intero continente europeo. Tutto questo in parallelo al mercato legale, grazie al quale l’Italia esporterebbe già annualmente 465 mila tonnellate di rifiuti urbani, pari al 2% del totale prodotto.

Il materiale esportato legalmente viene destinato al recupero di materia, alla produzione energetica o al semplice incenerimento. Più oscura invece la sorte dei rifiuti che abbandonano illegalmente il nostro territorio: con gravi rischi ambientali per i Paesi ai quali sono destinati.

Un lungo viaggio

Secondo una recente inchiesta de Il Sole 24 Ore, le tonnellate di rifiuti introdotte illegalmente in Africa finirebbero per ammassarsi nelle megadiscariche dell’area sub-sahariana, senza ricevere un accurato smaltimento. Il trasferimento, oltre a coinvolgere le mafie nostrane, sarebbe agevolato da intermediari nell’area del Maghreb. Personaggi “a metà strada tra broker e spie internazionali”, i quali dispongono spesso di attestati ufficiali che consentono loro di gestire la tratta dei rifiuti; e ne approfittano per agevolare anche i transiti illeciti.

Ma il giro coinvolge anche e soprattutto imprenditori italiani ed europei, che si appoggiano alla criminalità organizzata per smaltire i prodotti di scarto delle proprie attività a costi nettamente inferiori rispetto a quelli offerti dalla filiera ufficiale. Non solo: oltre a rappresentare un risparmio, l’esportazione illegale dei rifiuti può tradursi in un vero e proprio guadagno. È il caso dei Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), e in particolar modo dei pannelli fotovoltaici; i quali, attraverso la falsificazione di bolle e matricole, possono essere spacciati per nuovi o perlomeno funzionanti, e rivenduti in Paesi come Mali, Mauritania, Burkina Faso e Senegal.

Questo meccanismo, reso possibile da pratiche di corruzione e connivenza ben oliate, produce entrate sostanziose a fronte della vendita di materiale in realtà inutilizzabile, molto inquinante e di difficile smaltimento. Presentandosi inoltre come promotrici dello sviluppo energetico dei Paesi africani, tali imprese possono addirittura avvalersi degli incentivi messi a disposizione dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Sostenibile. Insomma, oltre al danno, la beffa.

L’ombra delle mafie sui rifiuti

Commentando il rapporto Dia di inizio anno, il colonnello Piergiorgio Samaja spiegava come il traffico illegale di rifiuti fosse una minaccia insidiosa da combattere. I nemici non sono solo le organizzazioni mafiose, ma anche gruppi di criminali comuni, imprenditori disonesti, pubbliche amministrazioni frettolose. La gestione dei rifiuti rappresenta per molti un affare estremamente redditizio; oltre che meno impegnativo e meno rischioso, sotto il profilo penale, di attività illecite ben più note (come il traffico di droga, di armi o di esseri umani).

Il discorso cambia se abbandoniamo la dimensione nazionale: i flussi di tonnellate di materiale pericoloso che si muovono da costa a costa, da continente a continente, richiedono soldi, conoscenze e mezzi coercitivi che solo la mafia possiede. L’esportazione illegale dei nostri rifiuti è un affare mafioso: chi la combatte rischia grosso. L’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i giornalisti che nel 1994 indagavano proprio su questi movimenti, ne è forse la prova più nota.

La gestione criminale dei rifiuti comporta rischi enormi per l’ambiente naturale e la salute umana; sia che si proceda attraverso i roghi, sprigionando sostanze inquinanti, sia che si tratti di interrare il materiale alla meno peggio, danneggiando le falde e il terreno. Le conseguenze di queste pratiche criminose in Italia sono tristemente note; ma è bene ricordare che i nostri rifiuti producono morte e sofferenza anche al di fuori dei confini nostrani.

Elena Brizio

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