Treni(GEN)ta(G)lia sfotte i terroni: con le Frecce parti quando vuoi. Per il Nord

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Di Pino Aprile


L’azienda pubblica delle Ferrovie (camuffata, in Italia, con soldi nostri, per affaracci loro, da società privata), in qualsiasi Paese con ancora capacità di vergognarsi, nasconderebbe le porcate che fa. Da noi, l’abitudine e la ragione sociale “di fatto” (il Sud può pagare treni e ferrovie, non averne), che smentisce quella ufficiale, inducono Trenitalia-solo-del-Nord a non preoccuparsi nemmeno della botta di bile che arriva a un italiano del Sud, quando legge cialtronate come quella che vedete in foto e troneggia sul frontale della stazione Termini a Roma: “Con le Frecce parti quando vuoi”. Ah, sì? E per dove? Solo per il Nord.




E poi, giusto per sputare in faccia a quelli che a Sud non hanno la Freccia e manco la ruota (città capoluogo ancora non raggiunte dalle Ferrovie dello Stato, dopo 156 anni; collegamenti fra grandi città garantiti con un treno al giorno che percorre 300 chilometri in appena 14 ore; le due maggiori città del Sud continentale non ancora collegate direttamente, nonostante l’appalto assegnato già sotto il Regno dei Borbone), si specifica: 180 Frecce al giorno. Ah, sì? E per dove?
E 180 sono gli accidenti che dovrebbero cogliere, ogni giorno, tutti i delinquenti, di oggi e di ieri, responsabili di questa discriminazione (e se morti, “cchi pozzanu ji cchiù sutta ca sunnu”, dicono in Calabria: che possano andare più sotto di quanto già sono).
Sto incazzato nero e forse si capisce pure (forse). Sono a bordo di un Freccia-1000 (quanto gli accidenti che sto mandando a…, eccetera) e fra meno di tre ore sarò a Milano. E ho ancora nelle discopatie le conseguenze dell’ultimo viaggio che ho dovuto fare da Sud a Roma, qualche giorno fa e, soprattutto, da Sud a Sud, area impercorribile se non in senso verticale (e male, bestemmiando bestemmiando), per far arrivare da Nord le merci dei colonizzatori e far emigrare a Nord risorse e teste (una volta le braccia) dei colonizzati.
Vorrei essere credente per il gusto di vederli bruciare all’inferno questi … (aggiungete voi qualcosa di querelabile ma meritato, io non posso scriverlo). E chissà perché mi viene in mente la folgorante carriera di quel Mauro Moretti che da sindacalista dei trasporti si trovò, dio sa come (e pure il diavolo) a capo delle Ferrovie. E venne premiato (non per meriti che hanno a che fare con la soddisfazione dei viaggiatori italiani, sospetto, se non di una parte: la sua), con la guida del colosso Finmeccanica; da cui ha dovuto andarsene dopo la condanna per la strage di Viareggio, ma portando via il tesoro di Aladino, con indennità-liquidazione… insomma: malloppo, ultramilionaria.
Gli appiedati di Matera, e tutti i ferroviariamente e storicamente fottuti del Sud, fieri di contribuire all’arricchimento dell’ex sindacalista (il suo contratto ha saputo trattarlo bene, quindi, se vuole…), felicemente posero (mani in tasca, la propria). Occhio: Moretti si fa malvolere, perché portatore sano di naturale antipatia, esasperata dalla spocchia. Ma gli altri prima e dopo di lui non sono e non sono stati migliori, salvo lievi oscillazioni in più o in meno, non riulevabili da occhio umano. Altrimenti non saremmo dove siamo e come siamo.
A tutti quelli che mi parlano di Italia unita, dal presidente Mattarella in giù, obietto: ditemelo dopo che vi siete fatti il giro del Paese in treno. E poi vediamo se ne avete ancora il coraggio. Vada a Palermo in treno, presidente, per i suoi fine settimana con i familiari. E prenda il treno di tutti, quello dei terroni. E poi ci dica cosa le suggerisce la sua coscienza. Fino a che non dirà nulla, siamo autorizzati a chiederci se la sua coscienza sa e tace o è peggio.
L’Italia non esiste: è solo la scusa, per una parte, per saccheggiare e umiliare l’altra. Il resto, sono chiacchiere e tricolore. Retorica di ladri per intontire i derubati.
Con la complicità degli ascari che fanno “il palo”: quei parlamentari e ministeriali del Sud che si accontentano degli spiccioli per coltivare le loro clientele e campar di lusso con la svendita dei loro stessi elettori. Quelli che ti dicono: “E basta con questa storia delle infrastrutture!”. Perché sono persino infastiditi (o lo sono i loro padroni e questo li preoccupa) dal fatto che ci si lamenti pure.




Ben diversi da quegli eroici imprenditori e bravi amministratori meridionali (e sono tanti) che riescono a fare miracoli nelle condizioni date (brutte) e magari dicono: “L’assenza di infrastrutture non può diventare un alibi”. Giusto, vero; resta che non si capisce perché al Sud devi essere dieci volte più bravo, per fare le stesse cose di un altro che al Nord ha treni, alta velocità, autostrade, aeroporti, eccetera.
Il Paese mai unito spronfoda per questo. Così indebolito e diviso, è preda di chiunque voglia spolparselo. Come sta avvenendo.
Vediamo il lato positivo: ci compreranno cinesi, tedeschi o chissacchi? E magari fosse, visto che quelli, per tutelare i loro investimenti, il treno fra Napoli e Bari lo faranno (e magari ad alta velocità e non ad “alta capacità”, ovvero un binario su cui può passare un maggior numero di convogli, come da progetto freghitaliota, scrivendo nei documenti di Stato e di governo, “alta velocità”, per naturale inclinazione alla presa per il culo del terrone); e magari per Matera, e magari anche in Sicilia. Insomma, se Parigi val bene una messa, vuoi vedere che avere i treni al Sud come nel resto del Paese, dai e dai, alla fine possa ben valere un tricolore?

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