Tripofobia: quella strana paura nata sul Web

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Tripofobia: origini e significato

È una fobia di “ultima generazione”, ed è soprattutto per questo motivo che viene spesso attribuita al mondo di Internet. In particolare, la tripofobia è spesso associata ai social network e alle tante bufale da cui sono infestati. A questo punto, occorre tornare un po’ indietro nel tempo.

Nel 2003 andava in giro, tramite e-mail, una catena che presentava immagini a dir poco scioccanti: larve che spuntavano dal seno di una donna. Si diceva che le larve fossero un “regalino” dell’America Latina, dove la donna si era recata per una spedizione. In realtà si trattava di una bufala coi fiocchi: le larve erano un montaggio di Photoshop.

Ciò che aveva veramente sconvolto la gente, spingendola a credere alla storia, erano i buchetti che uscivano dal corpo della donna. Due anni dopo, una blogger si ispirò all’orrore scatenato dai buchetti per coniare il termine trypophobia (tripofobia), da trypo (parola greca che sta per “fori”) e phobia. Questa fobia non è riconosciuta, al pari di altre fobie, dalla medicina. La sua fonte è il World Wide Web.

Fonte immagine: leggo.it

Nivea, Facebook e… tripofobia

Nel 2014 ci fu un altro caso che, nonostante non fosse altro che l’ennesima bufala, riportò a galla il disgusto della maggior parte della gente verso i piccoli fori. Ricordate il link che girava su Facebook? Il link che ci metteva in guardia contro lo shampoo Nivea, sostenendo che provocasse gravi infezioni cutanee.

L’immagine in evidenza era da brividi: un’orribile escrescenza sulla pelle. A quanto pare, l’infezione era causata dall’utilizzo di uno shampoo marca Nivea. L’utente veniva invitato a cliccare sul link per guardare il video. In realtà non c’era alcun video, solo un ricettacolo di virus capace di danneggiare il computer. L’immagine era il prodotto di un ottimo lavoro di Photoshop.

Fonte immagine: youtube.com

Anche in questo caso, l’immagine presentava un insieme di fori affiancati. Molto probabilmente, l’autore del video-bufala era a conoscenza della tripofobia e, facendo leva sul mix di ripugnanza e fascino prodotto dai buchetti, aveva giocato bene le sue carte. Un’ottima maniera per attirare click.

Le ipotesi scientifiche

Non sono presenti molti studi in materia di tripofobia. Tuttavia, le poche analisi hanno portato ad una netta divisione tra le varie teorie. C’è chi pensa che non sia affatto una fobia, bensì una sorta di reazione evolutiva ad una minaccia. Il disagio creato dalla tripofobia si manifesta, solitamente, tramite nausea, ansia, prurito e altri sintomi. Questo tipo di disagio accomuna le situazioni di pericolo alla visione di immagini di oggetti bucherellati, autentiche o false.



Lo psicologo Arnold Wilkins è di tutt’altro avviso. In un articolo sul giornale accademico The Conversation, Wilkins espone la sua teoria.
«Immagini contenenti simili proprietà matematiche non possono essere processate in maniera efficiente dal cervello, quindi richiedono una maggiore quantità di ossigeno. Un lavoro impegnativo, dunque, ma senza uno scopo razionale» scrive lo psicologo. Quindi, secondo questa teoria, il disagio è creato unicamente dalla difficoltà del cervello di elaborare immagini contenenti modelli matematici.

Wilkins sta avviando un’indagine clinica per confermare le sue teorie. Se dovessero essere attendibili, le reazioni forti alla tripofobia sarebbero dovute ad un meccanismo di difesa automatico per evitare un’eccedente ossigenazione del cervello. Sarebbe molto interessante, inoltre, scoprire perché solo determinate persone rispondono in maniera così forte.

Veronica Suaria

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