E se Truman Capote giungesse nella violenza italiana?

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Si dice che l’Italia non sia un ottimo posto per vivere. Sembra sia un luogo costellato da infinita violenza, ai danni  delle donne, e non solo.

Tempo fa lessi un editoriale di Gabriele Romagnoli, in prima pagina sulla Repubblica. Si parlava del delitto di Erba, e così iniziava:

“E se Truman Capote andasse ad Erba? O meglio, non essendo più lo scrittore americano tra noi, se qualcuno portasse “A sangue freddo” nel luogo del quadruplice omicidio? E se ne ricavasse suggestioni? Di tipo letterario, certo, ma anche sociale, e perfino investigativo? Arrivando, in attesa della conclusione, a qualche intermedia, ma non meno significativa deduzione?”

Glossava l’articolo, ipotizzando che nella vicenda del delitto di Erba, così come per il delitto di “A sangue freddo”, i colpevoli fossero esterni alla comunità. Due giorni dopo venivano arrestati i coniugi Olindo e Rosa, i vicini di casa.

Ma non è di questo che vi voglio parlare oggi.

La prima esecuzione texana, e l’escalation di violenze italiane.

Una settimana fa, nello stato del Texas, avveniva la prima esecuzione dell’anno 2017. A spegnersi, attraverso l’iniezione letale, era Christopher Wilkins, un uomo di 48 anni, accusato di aver ucciso due uomini. Litigi, incomprensioni, droga. Poche notizie trapelano sull’omicida, se non un timido “mi dispiace”, lasciato scivolare proprio lì, al di là del vetro, un attimo prima di morire.

Interessante, inoltre, snocciolare gli articoli in merito, e catturare l’incredibile numero delle esecuzioni dell’anno appena trascorso. Si possono contare sulle dita di una mano, o magari due. Ebbene si, soltanto 20 esecuzioni nell’anno 2016, e sembra essere anche la cifra più bassa dal 1980 ad oggi.

Questo non può che emozionarmi e rendermi tremendamente felice, si.

Sono felice perchè abito la polvere italiana, dove si parla tanto, troppo, di tutto, e delle volte anche di niente. Un Paese dove ingurgitiamo notizie come fossero maccheroni, perchè si sa, l’informazione, a braccetto con il suo contrario, ci viene addosso ogni giorno, schiaffandoci in volto brandelli di verità, donne massacrate, uccise, bruciate vive.

Violenza, violenza, e ancora violenza.

Verità, menzogne ed emotività sono serviti ai commensali come il piatto del giorno, insieme al caffè ristretto.

Un articolo della Repubblica, datato Novembre 2016, ci racconta brevemente un’annata di violenza ai danni del gentil sesso, contando ben 116 donne uccise nell’ultimo anno. Ciò che lascia l’amaro in bocca è il pensiero che una donna ogni tre giorni abbia perso la vita, proprio qui, sotto ai nostri occhi, mentre eravamo impegnati a parlare, ad assaggiare maccheroni, a disinformarci.

Doveroso riferire tali numeri di violenza made in Italy accostati alle 20 esecuzioni texane, proprio per quanto sia comune sentire, udire, leggere, osservare, in queste giornate polverose dove l’orrore, il femminicidio e il sangue, scorrono sulle nostre teste, ancora parlare di pena di morte, come unica via d’uscita, unica pulizia sociale, da attuare, al fine di salvare un Paese ormai prossimo al collasso.

Pena di morte, e sevizie di ogni genere da infliggere ai carnefici delle povere vittime. Ora che i social sono diventati la nostra palestra sociale, il luogo dove farci le ossa, i muscoli, e levarci anche qualche sassolino dalla scarpa, l‘indignazione e la vergogna infiammano il mio volto italiano, un tempo cosparso di polvere.

Doveroso anche riferire, alla luce dell’escalation di violenza che si riversa in Italia, che tale violenza ha assunto anche connotazioni virali; e da qui, purtroppo, tornare indietro è impossibile.

Parlare è diventato un obbligo sociale, un dovere morale, un automatismo, un’azione quotidiana, che ci prosciuga la bocca, e ci impedisce di ascoltare. Parlare, per sentirci più puliti, per levarci di dosso un po’ di quella sottile polvere di complicità, che ci tiene legati per il collo ad ogni notizia di cronaca nera.

Truman Capote continua a fare scuola.

Cosa succederebbe, dunque, se Truman Capote giungesse in Italia, con il suo occhio critico, narrativo, e profondamente investigativo? Pizza, pasta, mandolino, e qualcosa di più. Si, perchè Capote era uno specchio in frantumi, inquietante, manipolatore, cattivo fin nelle viscere, ma amava la vita della gente, ricercava ossessivamente la verità di ogni granello di polvere che distrattamente sfiorasse il suo passo. Voleva la verità, cruda, reale, nuda, da far male. Colpito da un fatto di cronaca letto in un trafiletto di giornale, s’innamorò di una storia di omicidio, che lo portò a ricercare ogni piccolo particolare, a parlare con i due assassini, ad umanizzarli, a lavare loro di dosso l’immagine di bestie.

“Truman Capote si ritrova a fare qualcosa di completamente diverso quando si fa mandare dal New Yorker ad Halcomb: non sa quanto rimarrà, non si da limiti, sa che la fede nella letteratura lo aiuterà fino ad un certo punto; ha bisogno di moltissimo tempo, e di moltissima osservazione”.

E’ proprio questo che manca a noi: una glaciale ed inquietante oggettività, che porta alla ricerca della verità.

Pensate mai a cosa potrebbe accadere se ci fermassimo, ogni tanto,  ad osservare?

Elisa Bellino

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