Trump, masochismo e l’attrazione per chi ci dà retta

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Alcuni lo definiscono masochismo, piacere nel farsi male, identificandolo come uno dei tratti caratteristici della nevrosi. Oppure c’è la versione più sentimentale della vicenda: in un mondo che ti ignora e che ti mette da parte, il primo che poggia su di te il suo sguardo, diventa il tuo Dio, inizi a dipendere da lui, a pietire come pietisce lo schiavo ai piedi del padrone.

Non diamo risposte basate su massimi sistemi per provare ad analizzare l’ inaspettata vittoria di Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America, ma possiamo indicare due piste su cui le vite di tutti noi  si intrecciano con le dinamiche politiche, sociali ed economiche della più grande nazione del pianeta: il masochismo e il bisogno di attenzione.

 

trump

Se sei povero e vuoi come Presidente un ultramiliardario con un grattacielo di 58 piani al numero 721 della Fifth Avenue, che si è comprato lo spazio aereo sovrastante per assicurarsi di essere più alto di tutti, probabilmente ti vuoi fare un po’ male. Eppure non l’hanno pensata così i cittadini Usa che, dal Midwest bianco e operaio alle comunità ispaniche della Florida fino a tanti immigrati africani di New York, hanno votato il magnate intravedendo in lui, così distante da loro, un orizzonte di speranza e di cambiamento.

Ci fa male e ci piace, avranno detto nel loro inconscio. I giornali scrivono che mette a rischio la democrazia, che è un pericolo, eppure a noi piace così. E’ brutale nei modi e nelle parole, eppure ci piace così. Come la stravaganza di una passione amorosa, con quel misto di attrazione e repulsione per il bullo della classe da parte degli studenti più deboli e indifesi. Del resto, era stato Lincoln a intuire che l’America “non sarà mai distrutta dall’esterno ma se cadiamo e perdiamo le nostre libertà, sarà perché ci siamo distrutti da soli”. Se si segue una prima pista, quella dei tanti detrattori di Trump, dai grandi giornali alle nomenclature dell’intellettualismo e dello spettacolo, votando Trump una parte consistente dei cittadini americani ha deciso molto semplicemente di “farsi male” provandone piacere.

Ma c’è poi una seconda pista. Ben descritta questa mattina da Ezio Mauro su Repubblica quando parla della vera forza di Trump: i forgotten, i dimenticati. L’uomo dimenticato – scrive Mauro – “ è in mezzo a noi, lo conosciamo ogni giorno, ma non lo vediamo perché non è un soggetto politico. E qui c’è la grande questione che sta dietro il risultato americano, e riguarda tutti noi: perché quel “forgotten man” non è rappresentato. Non è necessariamente un povero, piuttosto si sente un espropriato. In una parola qualcuno gli ha sottratto il futuro ed è qualcosa che non possono perdonare.” Come non rivedere, in queste dinamiche che hanno portato alla vittoria di Trump, quell’Inghilterra laboriosa e orgogliosa, impegnata a far quadrare i conti della bottega, che alla fine degli anni ’70 si sentiva parte di un mondo che non c’era più, schiacciata dallo strapotere dei sindacati e del capitalismo galoppante. Quell’Inghilterra trovò una speranza nell’outsider figlia di un droghiere, Margaret Thatcher. Qualcuno aveva ricominciato ad avere attenzione per un mondo, per una storia, che ormai tutti consideravano fuori dalla storia. Anche loro erano “forgotten”.

Non abbiamo la soluzione dell’enigma: perché gli Americani hanno votato Trump a dispetto di giornali, opinione pubblica nazionale e internazionale, intellettuali e imprenditori e chi più ne ha più ne metta? L’elemento comune è quella parola: i dimenticati. Quei dimenticati che cercano un sarto come quello di George Bernard Shaw, capace di prendere le nostre misure senza aspettare che siamo noi ad adattarci alle sue. Uno stesso processo, personale e sociale, che oggi applichiamo alla nostra vita e senza grandi sforzi anche nella cabina elettorale. Un po’ come in Italia agli inizi degli anni ’80 quando , stanchi della Tv accademica e didascalica che ci diceva cosa pensare e cosa fare, ci eravamo invaghiti di un Biscione. E qual’era la novità di quel Biscione? Ci diceva di tornare a casa  in fretta perché “c’è un biscione che ti aspetta”, per non lasciarti solo, per stare con te, per prendersi cura di te. Sono le elezioni americane, domani le elezioni italiane, ogni giorno la vita.

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