Trump, Pyongyang e l’inverno virtuale

"La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun'altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza. " Zygmunt Bauman, Paura liquida

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Trump, Pyongyang e l’inverno virtuale

Ho immaginato di essere un giapponese e di vedere un missile tattico Coreano sorvolare l’isola di Hokkaido e purtroppo la prima cosa che mi è venuta in mente non è stata che qualche anima buona ha finalmente deciso di inchiappettare Godzilla mentre fa un semicupio nel Pacifico. In tutta onestà mi è venuto da cagarmi addosso. Oh … un po’ di strizza verrebbe a tutti, no? Tutte aquile davanti agli schermi eh?

Per quanto la situazione – usando un pallidissimo eufemismo – sia “critica” la nostra coscienza virtuale è troppo impregnata di effetti speciali per avere un’ idea chiara dei fatti. Paradossalmente vi fu una maggiore consapevolezza globale durante la crisi dei missili di Cuba nel 1962 che oggi.

Il mondo è connesso, sappiamo tutto di tutti, molto lo deduciamo da pregiudizievoli apparenze (più che la realtà è il pettegolezzo a tracotare sino ad assurgere indegnamente al ruolo di verità), eppure affondiamo la nostra già precaria consapevolezza nell’ ottundente sospensione del virtuale. Una sorta di formalina digitale del giudizio che fa da filtro ad ogni stimolo, rendendocelo – in tempo reale – fulminea finzione.

Dagli squartamenti agli scenari di guerra, dagli attentati terroristici sino lancio di testate nucleari in mare, tutto ci arriva inizialmente come tragicamente “finto” … ma solo perché non ci appartiene davvero. A conti fatti la tragedia noi non l’ abbiamo – per fortuna – realmente vissuta. Ecco perché l’indignazione, il lutto, lo spavento e lo sconcerto durano così poco.

Il web riduce ogni evento a pessima video-letteratura d’appendice anche quando tratta il più efferato e vile dei crimini, perché – per quanto immersi virtualmente in una bolgia di accadimenti – non viviamo realmente una mazza di ciò a cui “crediamo di assistere”.

Non siamo testimoni, né cronisti: noi non ci siamo e questo nuovo filtro – che arriva a percolare il visto anche attraverso l’inquadratura di un selfie – sta “addobbando” non solo la nostra presunta visione del mondo, ma anche quella del nostro quotidiano, delle nostre relazioni, della nostra vita… ormai sempre meno nuda.

Certo, i personaggi in gioco reggono il moccolo alla finzione e ci rendono il tutto ancora più fantascientifico: in un mondo “appena, appena decente”  Pyongyang farebbe da controfigura “ventriloquiante” in una versione coreana de  “La Notte della bambola assassina” e Trump sarebbe già stato da un pezzo “dorato e fritto” da Sean Connery, ma la vita non è un film e i buoni, se vincono, vincono sempre quando è troppo tardi:  quando si rendono conto di esser stati paraculati a dovere, ammettendo per beneficio d’inventario che si arrivi mai a tale consapevolezza.

Dunque non siamo “realmente” immersi nella “realtà”, bensì facciamo attraversare le nostre siderali quotidianità da uno stopposo vento virtuale che ci porta “lontane nuove” nel momento stesso in cui accadono e nulla più. Sembra qualcosa di rivoluzionario sul momento ma alla fin della fiera – oltre un parossistico esubero di informazioni pronte a consumarsi nel giro di qualche ora nelle nostre memorie – poco muta nelle nostre vite, a patto che un inverno nucleare, provocato da un cicciobello sciroccato asiatico e un vecchio puttanone rossastro americano, non cambi “sensibilmente le cose”.

fonte immagine: Dr. Strangelove di Stanley Kubrick

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