Elogio del turpiloquio: quando la parolaccia ci fa stare bene

Dalla parte di chi lotta per essere riconosciuto, dell'essere umano e dei suoi diritti.
Contribuisci a preservare la libera informazione.

DONA

Condannato da sempre, al turpiloquio si associano mancanza di cultura e bon ton. La scienza, però, corre in suo aiuto e riabilita questa “forma espressiva”.

La gestione del dolore

Ci sono occasioni, a quanto pare, in cui dire le parolacce può essere in qualche modo d’aiuto alla persona che le pronuncia come, ad esempio, nella sopportazione e gestione della sofferenza.
Uno studio della Keel University del Regno Unito mostra come l’imprecazione aiuti a sopportare meglio il dolore. I primi test hanno dimostrato come la ripetizione di una parolaccia porti più benefici rispetto al ripetere una parola qualunque; questo accade perché il turpiloquio e l’arrabbiatura sembrerebbero stimolare la produzione di endorfine e di adrenalina, innalzando la soglia di sopportazione.

Dire una parola volgare e con foga, poi, invia un messaggio all’amigdala, responsabile della gestione delle emozioni. Non è la parola in sé, però, ad essere importante ma il fatto che, pronunciandola, si scateni una reazione emotiva e fisica tale da fornirci maggiori energie.
Il turpiloquio, dunque, sembra essere una vera e propria risposta fisica del nostro organismo e non solo una reazione emotiva.

Aiuto nello sport

Non è tutto: le volgarità giungono in aiuto anche agli sportivi. Sempre la Keel University ha dimostrato come, durante una sessione di allenamento, usare il turpiloquio in maniera esplicita permetta un miglioramento della prestazione tra il 2 e il 4 % e un amento della forza fino all’8%. Questo accadrebbe perché imprecare aiuta a distrarsi dalla fatica dell’allenamento, mentre “soffrire” in silenzio potrebbe portare a una maggiore focalizzazione sui lati negativi dello sforzo fisico.

Turpiloquio: una liberazione dallo stress

Collegata a queste due prime esperienze è anche il contributo che il turpiloquio fornisce nelle situazioni di stress. Anche in questo caso, infatti, pronunciare volgarità può essere d’aiuto perché considerato liberatorio. Le parolacce sono generalmente pronunciate con una certa rabbia e tutto il corpo viene coinvolto nell’impresa: sarebbe proprio questa la chiave per alleviare lo stress. Quando, pur arrabbiati, non imprechiamo e manteniamo un certo controllo stiamo facendo uno sforzo nel senso opposto, evitando di liberarci e sfogarci. L’imprecazione può, in definitiva, essere un valido aiuto.

Un vocabolario più ampio

Gli studi, però, non si sono fermati solo sull’esame delle reazioni fisiche scatenate dal turpiloquio. Un gruppo di psicologi americani del Marist College ha voluto evidenziare il rapporto tra conoscenza delle parolacce e livello di competenza linguistica, in questo caso della lingua inglese. L’esperimento condotto evidenza come un’ampia conoscenza di parole considerate volgari sia ricollegabile ad un più ampio vocabolario. Ai volontari del test è stato chiesto di scrivere, nell’arco di un minuto, il maggior numero di parole che venivano in mente con una data iniziale; stessa cosa è stata poi chiesta con parole specificatamente volgari. È stato osservato che, chi nel primo elenco riusciva a contare un numero consistente di parole, è riuscito a trovarne svariate anche nel caso delle parolacce.

Il turpoloquio nel contesto sociale

Per quanto riguarda la comunicazione in ambito sociale, invece, usare un linguaggio colorito farebbe apparire più onesti ed affidabili. Riferendoci ovviamente ad un contesto amichevole e non formale, l’uso del turpiloquio sembra essere associato ad una reazione istintiva e spontanea: questo fa apparire l’interlocutore genuino e sincero ai nostri occhi, poiché chi impreca non filtra le sue emozioni ma le mostra in modo chiaro. L’uso di un gergo più colorito avrebbe, inoltre, un maggior potere persuasivo. Non solo: per Monika Bednarek, professoressa di Linguistica della University of Sidney, il turpiloquio ricopre un vero e proprio valore sociale, aiutando gli individui a “creare legami di amicizia e intimità”.




Il turpiloquio nella letteratura

«colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà»
S. Freud

La parolaccia in contesti culturali non ha sempre rappresentato un tabù, anzi. Anche volendo tralasciare la cultura pop, spesso stigmatizzata come bassa e meno meritevole, sono molti i nomi noti nella letteratura ad aver fatto largo uso di turpiloquio.
Basti pensare a drammaturghi del calibro di Shakespeare e Marlowe che già nelle loro opere usavano espressioni colorite e provocatorie, il più delle volte utilizzate per caratterizzare un personaggio o alleviare la tensione drammatica. Lo stesso discorso è applicabile a Molière o alla Celestina di Rojas, tra le più importanti e rappresentative opere della letteratura spagnola. Per non parlare della vasta letteratura latina, da Catullo a Giovenale, così come quella greca nel genere comico e satirico.

Riflesso della società

Tra questi autori va notato come, a farla spesso da padrone nell’uso del turpiloquio, siano terminologie sessiste oggi considerate il riflesso di una cultura retrograda, non al passo coi tempi. È infatti interessante notare come, secondo uno studio condotto da Benjamin Bergen (scienziato cognitivo della University of California a San Diego), i giovani americani siano più sensibili all’uso di alcune parolacce e non di altre. Se il turpiloquio è ancora un argomento tabù, va sottolineato che esso è il riflesso della società e muta col mutare dei tempi. Se all’epoca di Shakespeare erano tollerati alcuni insulti ed improperi, oggi i giovani sembrano essere più aperti a parolacce che fanno riferimento alla sfera del sesso, più dei loro genitori, ma sono meno tolleranti verso quelle legate alla razza e all’identità sessuale e di genere.

L’insulto: evoluzione linguistica importante

Stando a questo, si può notare come anche il turpiloquio possa fungere da metodo di studio di una società e dei suoi mutamenti, dal momento che si tratta sempre di linguaggio.
Secondo l’etologo Irenäus Eibl-Eibesfeldt al turpiloquio si deve un importante ruolo proprio in ambito linguistico. Per lo studioso, infatti, insulti e parolacce rappresentano un’introduzione importante nel linguaggio dell’uomo poiché consentono di risolvere uno scontro sul piano verbale e in modo non violento, almeno fisicamente.

Dipende dal contesto

In definitiva, dunque, si può tentare di rivalutare l’uso e l’utilità del turpiloquio non solo in ambito psicologico, ma anche sociale. Questo ovviamente non deve fungere da giustificazione per abusare di una terminologia non sempre consona e che, se male contestualizzata ed orientata può costituire una vera e propria violenza verbale nonché un’offesa lesiva della persona.
Il tentativo, qui, vuole essere quello di mostrarci più morbidi nei confronti di un qualcosa che, fintanto che esiste, è inutile ignorare e relegare nel campo del tabù, ma che può mostrarsi utile a stemperare e tollerare molte situazioni.
Come sempre sono la sensibilità e la cultura personale a far discernere il contesto e l’utilizzo di termini di cui, se be indirizzati, non bisogna avere paura.

 

Marianna Nusca

Stampa questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.