Il costo umano della biodiversità

Quella in cui viviamo è un’epoca segnata da una profonda crisi climatica e dall’inarrestabile declino ambientale e dalla strenua lotta per la tutela della biodiversità. Di pochi giorni fa è l’annuncio del WWF secondo cui, in meno di 50 anni, il mondo ha perso due terzi della fauna selvatica. È una situazione intollerabile, che richiede azioni drastiche al fine di invertire un trend che minaccia con l’estinzione di milioni di piante e animali.

Il progetto della Convenzione sulla tutela della biodiversità

Una proposta avanzata dalla Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) prevede di trasformare in aree protette il 30% del pianeta entro il 2030. Lo Zero draft, la “bozza zero”, del Post-2020 Biodiversity Framework, “Quadro sulla Biodiversità post 2020”, sarà oggetto di discussione durante la prossima CBD nel 2021. Ambientalisti e scientifici ritengono che ci sia bisogno di ampliare le zone human free per salvaguardare specie a rischio.

Un progetto ambizioso quindi, che però solleva dubbi e preoccupazioni sul costo umano di un’azione così radicale.

La denuncia delle ONG: la tutela della biodiversità non può calpestare i diritti umani

In una lettera al Segretariato della CBD, 128 ONG hanno esposto le loro perplessità. La denuncia portata avanti da numerose associazioni umanitarie è che questa nuova riorganizzazione delle aree protette rischia di avere “un impatto negativo” su centinaia di milioni di persone.

Queste stesse considerazioni erano già state espresse lo scorso anno in uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Cambridge e intitolato. Proteggere metà del pianeta potrebbe avere ripercussioni dirette su oltre un miliardo di persone”, L’analisi sottolinea la necessità di ricorrere ad azioni radicali a sostegno della biodiversità e  il bisogno imperativo di tutelare anche la diversità umana.

I firmatari della carta chiedono che il progetto sia accompagnato da studi indipendenti sull’impatto sociale ed economico che avrebbe il ricorso a misure così estreme.

Non sarebbe infatti la prima volta che il conservazionismo si traduce in “serie violazioni dei diritti umani da parte delle organizzazioni per la conservazione e delle forze dell’ordine pubbliche e private”.

A pagare sono sempre i più vulnerabili

Survival International e Minority Rights Group sostengono che a pagare il fio non saranno i principali fautori della crisi climatica, ma popoli indigeni e comunità rurali del Sud del mondo. Si tratta quindi di realtà che nulla hanno a che vedere con il collasso della biodiversità. Anzi, paradossalmente, le comunità che si vedono minacciate dalle azioni adottate dalle grandi ONG a tutela dell’ambiente, sono le prime a subire gli effetti del cambiamento climatico. Infatti, sono quelle che maggiormente “dipendono dall’ambiente naturale per il loro sostentamento”. Non è una novità. La terra degli indigeni, che ad essa si rivolgono con rispetto, è stata distrutta ed è tuttora oggetto di mire espansionistiche e vittima di uno sfruttamento cieco che ha come unico scopo l’arricchimento incondizionato.

Sembra di riguardare un film già visto: i più deboli, quelli senza voce, spogliati della loro casa, cacciati dalla loro terra ancestrale, costretti a intasare le arterie di realtà urbane al collasso, relegati a un’esistenza ai margini di una realtà che non gli appartiene.

Il caso di WWF in Congo

Già in passato alcune organizzazioni conservazioniste sono state complici di azioni e hanno portato avanti progetti contrari alla legge internazionale. Un esempio è la denuncia di Survival International ai danni del WWF nel 2018.  Le segnalazioni dell’Ong condussero a un importante indagine delle Nazioni Unite, da cui emersero le evidenze di “abusi su larga scala” ai danni dei Pigmei Baka, nella Repubblica Democratica del Congo. Le testimonianze parlano di sfratti, pestaggi, abusi, stupri, torture, tutti crimini perpetrati dai guardaparco armati, sostenuti e finanziati dall’organizzazione.

Il progetto, la creazione di un parco nazionale nell’area di Messok Dja, ha privato i Pigmei della loro foresta, costringendoli a vivere in condizioni di estrema povertà, in accampamenti precari lungo i confini dei territori che costituiranno il parco. “Il WWF è implicato in un furto di terra e in gravi violazioni di diritti umani su larga scala”, sostenne allora Stephen Corry, direttore generale di Survival International.

La necessità di un approccio diverso per la tutela della biodiversità

Secondo la dottoressa Judith Schleicher, a capo dello studio sopracitato: “Le persone sono la causa della crisi, ma sono anche la soluzione”. I tempi sono ormai maturi per capire che il modello di conservazione colonialista, noto come la “conservazione fortezza”, è antiquato e compromettente. Questo approccio tende a vedere nei popoli indigeni il problema e pertanto li esclude dal loro territorio. Non è sostenibile, né in termini ambientali né in termini sociali o economici. Sono pratiche a tutela dell’ambiente che, oltre a essersi rivelate poco efficaci, mettono fortemente a rischio la diversità umana

È chiaro oggi che i migliori custodi della terra sono coloro che l’hanno sempre abitata, che ne conoscono i ritmi, che non la cambiano ma ci si adattano, che non la sfruttano ma coesistono in armonia con essa. D’altronde, se “80% della biodiversità terrestre si trova nei territori indigeni”, è proprio perché gli abitanti originari si sono presi cura della loro terra.

L’auspicio è che si trovi presto un modello di conservazione che metta i popoli indigeni al centro della salvaguardia dell’ambiente.

Camilla Aldini

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