Tutela della salute e diritto alla privacy: quali scenari dopo il Covid 19?

Protezione della riservatezza o protezione della salute? E’ sempre necessario scegliere quale sia la priorità? Quali sono, soprattutto, gli scenari che ha aperto la pandemia nel complicato mondo del bilanciamento dei diritti, tra tutela della salute e diritto alla privacy?

L’esplosione della grave situazione di emergenza sanitaria provocata dal coronavirus, che ha travolto l’intero pianeta cambiando la vita di migliaia di persone, è stata come un fulmine a ciel sereno. Improvvisamente molte delle solide certezze e dei valori su cui il mondo occidentale ha costruito la sua storia e la sua cultura sono state attaccate da un mostro invisibile che ancora oggi è insidioso e imprevedibile. Di fronte a questa minaccia, però, la tecnologia ha assunto un ruolo chiave sul fronte della prevenzione e della tutela della salute. L’idea di un’app per monitorare il contagio e individuare chi, da asintomatico, può trasmettere l’infezione è molto allettante e sembra piacere a molti Stati. Ma cosa si nasconde dietro questo strumento? Quali potrebbero essere le ricadute sulle libertà costituzionali e i diritti inviolabili dell’uomo? Quale potrebbe essere insomma per ognuno di noi il prezzo dell’impiego dell’hi-tech per tutelare la salute pubblica?

Un dibattito etico

Il martellante interrogativo pone delle questioni di primaria importanza sul campo etico e giuridico. E’ infatti l’espressione di un arroventato  e perpetuo conflitto tra due contrapposte esigenze fondamentali. Da un lato vi è la tutela della salute che, mai come oggi, è avvertita come un bene essenziale e prezioso da preservare. Essa si pone al vertice della gerarchia di valori protetti dalla Costituzione Italiana. Dall’altro lato, il diritto alla riservatezza della persone e la tutela della vita privata che costituisce indubbiamente un pilastro cardine della civiltà giuridica occidentale. Entrambe le esigenze sono, dunque, imprescindibili e incomprimibili. Di conseguenza, non è possibile pervenire a una soluzione univoca e definitiva. Di certo non si può guardare all’esperienza della Corea del Sud. Sebbene sia stato il primo Paese dopo la Cina a utilizzare un’app per il contact tracing, non può costituire un modello per i Paesi liberali molto più affezionati alle libertà individuali e riluttanti a tollerare invasioni da parte delle autorità pubbliche nella sfera privata dei cittadini, nonostante la conclamata nobiltà dei fini.

Proteggere sì, ma cosa?

Non si può fare a meno di evidenziare come, specialmente nell’Unione Europea, questo dibattito si affermi all’indomani di una grande stagione di riforme che aveva il suo perno proprio sul tema della tutela della privacy. Il Regolamento UE 679/2016 approvato dal Parlamento europeo e dal Consiglio UE, meglio noto con il suo acronimo di GDPR (ovverosia General Data Protection Regulation), è il testo normativo che ha dettato regole uniformi al livello europeo in materia di tutela della privacy, al quale tutti gli Stati membri hanno adeguato le loro legislazioni nazionali.

Ratio ispiratrice di questa imponente riforma è stata sicuramente la volontà  di rafforzare la protezione dei dati personali dei cittadini dell’Unione europea. La tecnologia rappresenta sempre di più una risorsa indispensabile a livello globale, ma allo stesso tempo è anche uno strumento da usare con prudenza e controllo per scongiurare il rischio di invasioni illecite nella vita privata.

La legislazione comunitaria

In questo intervento il legislatore eurounitario dedica una particolare attenzione al principio dell’accountability e al diritto all’oblio (vale a dire il diritto alla cancellazione dei propri dati personali in caso di trattamento illecito o per sopravvenuta mancanza della necessità del trattamento stesso). Prevede nel GDPR l’obbligo di istituire presso le strutture amministrative nazionali di ogni Paese membro dell’Unione il data protection officer, un’apposita autorità deputata alla vigilanza sul rispetto di questi fondamentali principi. Essa deve essere anche competente a segnalare al titolare del trattamento tutti gli eventuali casi di data breach.

Le app: una soluzione senza alternative?

Si comprende bene come l’idea di un’app che acquisisca informazioni personalissime sullo stato di salute delle persone possa essere semplicemente sconvolgente. Soprattutto in caso di rischio di diffusioni illegali. Difatti, le conseguenze di un eventuale fuga di dati raccolti sulla vita dei cittadini sarebbero devastanti e non sempre rimediabili. Si tratta infatti di “dati supersensibili” come qualificati dalle legislazioni nazionali europee e nordamericane, il cui trattamento avviene solo su base volontaria, salvo rare eccezioni, ed è sempre circondato da stringenti garanzie.

Il lancio di Immuni

L’Italia si è orientata verso un controllo su base volontaria, attraverso un’app denominata “Immuni”, realizzata dalla società milanese di alta tecnologia Bending Spoons, e che è stata oggetto di un complesso esame politico, sotto la lente d’ingrandimento del Copasir (Comitato Parlamentare sulla Sicurezza della Repubblica). L’organo parlamentare di sicurezza nella sua relazione finale aveva espresso perplessità e dubbi sui rischi di hackeraggio, come pure sulle condizioni della sua effettiva funzionalità, inevitabilmente legata a un uso ampio e diffuso della stessa app. Sul tavolo ci sono i gravi problemi derivanti dal difficile bilanciamento tra tutela della salute e diritto alla privacy. Si tratta di due beni giuridici rispettivamente protetti dalla Costituzione Italiana e dalla Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, recepiti entrambi dalla Carta di Nizza e divenuti così parte integrante del diritto primario dell’UE.

Chi trova dati personali trova un tesoro

La necessità di scongiurare abusi nella raccolta e nell’impiego dei dati personali è al centro della riflessione. Bisogna pure considerare che consentire l’uso di una simile app significherebbe, a prescindere dalla sua effettiva funzionalità, fare breccia nel muro dell’inviolabilità del diritto alla riservatezza, in controtendenza con gli orientamenti più recenti del legislatore europeo e con i giudizi etici e culturali del mondo occidentale. Si sdogana di fatto una maggiore liberalizzazione nell’impiego dell’alta tecnologia digitale nell’acquisizione e nel trattamento dei dati personali.

Il tutto in mano a soggetti privati

L’app “Immuni”, infatti, potrebbe essere il precedente che apre pericolosamente la strada a forme di ingerenza nella sfera privata dei singoli da parte di soggetti pubblici o privati che stridono con i principi di democrazia e dello Stato liberale. E sono proprio queste le preoccupazioni espresse dal Copasir e dal Garante per la protezione dei dati personali. Essi insistono sulla necessità di garantire che i dati raccolti non siano diffusi al di là dei confini nazionali. Un altro timore è che soggetti terzi si prendano gioco dei sistemi di sicurezza per “rubare” alcuni dati e diffonderli nel web.

Tali rischi, amplificati dall’era della globalizzazione e della digitalizzazione, rappresentano una seria minaccia per la democrazia. E per la stessa cultura occidentale, se sottovalutati o ignorati. L’affievolimento della tutela della riservatezza deve dunque essere ponderato con rigore ed equilibrio. Essenziale è poi rispettare gli inderogabili principi di proporzionalità e pertinenza costantemente evocati dalla  giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.Il fine è d’altronde quello di preservare il comune e prezioso patrimonio giuridico e culturale che deriva dalle esperienze costituzionali.

Uno sbilanciamento incauto?

Proprio oggi, a fronte di 2 milioni di utenti di questa app, queste forti preoccupazioni sono al centro del dibattito politico nazionale. Assumono rilevanza poi a fronte del no di alcuni esponenti politici dell’opposizione (eloquente è stato il “no” del leader del Carroccio). Ciò che da più parti si teme è uno sbilanciamento incauto verso una minore protezione del diritto alla privacy, anche in nome di un altro bene giuridico essenziale e fondamentale come la salute pubblica. Se inconsciamente sottovalutato o mal considerato darebbe luogo un pericoloso salto nel vuoto. Inevitabilmente, potrebbe condurre a una trasformazione etica e culturale della società da cui difficilmente si potrà tornare indietro.

 Andrea Salvatore Bruzzese

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