Tutto su mia madre: Almodóvar alla conquista del mondo

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Una storia improbabile di fine secolo, quella di Tutto su mia madre (1999), sorretta da un’energia ed una coesione invidiabili. Inizia come racconto di una perdita, si trasforma in un Almodrama in cui Eva contro Eva sposa Tennessee Williams con Fassbinder e Cassavetes a far da testimoni. 

A benedire un film dove la femminilità postmoderna convive con quella autentica e la maternità, sta la città di Barcellona. Nel capoluogo catalano tutto è specchio e rimando: il metacinema non è che l’esempio epidermico di una struttura filmica dove i caratteri rivedono sé stessi nell’altro. 

Il melodramma, lo sa bene il manchego premio Oscar, è una prigione degli affetti, dove gli oggetti sono al contempo fuori e dentro il soggetto (la protagonista) e ne rimandano un riflesso infranto, corrotto o potenziato, sia parziale (di un tratto) che totale. 

Si potrebbe paragonare questa struttura drammaturgica con le simmetrie, i giochi luministici di Gaudì o gli intrecci geometrici dell’arte mudejar in Spagna.

Manuela (Cecilia Roth) è una madre distrutta per la morte del figlio Esteban (Eloy Azorín), ragazzo sensibile che soffre dell’assenza di un padre e perde la vita cercando l’autografo della diva teatrale Huma Rojo (Marisa Paredes)



Cercando il padre del ragazzo che vive a Barcellona, ora transessuale sieropositivo col nome di Lola, Manuela rincontra sul suo cammino Huma, la sua vecchia amica Agrado, trans anch’essa (Antonia San Juan) e fa conoscenza della giovane suora Rosa (Penelope Cruz).

Quest’ultima, che diventa per la protagonista una sorella minore, si rivela incinta di Lola ed è amorosamente curata da Manuela. L’Almodóvar migliore sta qui, nell’espressione degli affetti allo zenith, della premura e della cura materne con cui le sue donne si approcciano alle loro compagne o esprimono i loro sentimenti.

L’ideologia LGBT ha spazio con il monologo di Agrado e la descrizione del mondo sotterraneo transessuale ma l’occhio di bue è diretto verso la resa delle relazioni, dei lacci del cuore e delle loro geometrie o ciclicità (3 Esteban, 2 madri ed 1 protagonista cui tutto fa ritorno, Manuela).

Le luci brillanti di Affonso Beato illuminano le donne del film con una saturazione attenta, calorosa e brillante e spande per il film l’aura perfetta sia per il dramma che per la commedia.

Il primo pregio, naturalmente, è quello della scrittura, che con le citazioni dimostra un metabolismo perfetto e che ha i sentimenti (mai mancanti di logica interna) come pane quotidiano. 

Antonio Canzoniere

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