Ultrasuoni: combattere il Parkinson agendo sulle aree cerebrali

I ricercatori dell'UNIVAQ lavorano da più di un anno sull'efficacia dell'onda sonora, atta a combattere la malattia

Immagine da: Wikipedia
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Una nuova terapia indolore, una nuova possibilità di guarigione; potrebbe trattarsi del giusto metodo atto a gestire il Parkinson.
Questa la prospettiva auspicata dagli studi tenutesi presso il Dipartimento di Biotecnologie e Scienze Cliniche Applicate dell’Università de L’Aquila; i ricercatori hanno scoperto che il 95% dei pazienti coinvolti ha visto un’immediata riduzione dei tremori dopo il trattamento: onde sonore ad alta frequenza. Qualche piccolo timore per quell’uno su 10 (8%) che ha presentato effetti collaterali nei sei mesi successivi; tuttavia, il nuovo approccio ad ultrasuoni sembra dare i suoi frutti.





Parliamo di un intervento mini-invasivo su minuscole aree cerebrali. Federico Bruno, principale autore della ricerca, ha confermato si tratterebbe di un metodo comunque meno rischioso rispetto alle attuali alternative. Gli ultrasuoni determinano la capacità di localizzare il “colpo”, alla stregua, inoltre, di un ricovero più breve e sopportabile.

Lo studio che presentiamo descrive la nostra esperienza di oltre un anno nel trattamento del tremore con talamotomia, con ultrasuoni focalizzati. L’applicazione clinica di questa tecnica per le malattie neurologiche è una novità assoluta: l’uso clinico è stato approvato dalla Food and Drug Administration meno di tre anni fa

Il team di Bruno ha lavorato con circa 39 pazienti, di età compresa tra i 64/65 anni. In base alla gravità del tremore o altri agenti influenti, viene pianificata una procedura specifica.
C’è tuttavia da sottolineare si tratti di una tecnica ancora sperimentale e che non esclude epiloghi più complessi; difatti, sembra che il FUS (ultrasuoni focalizzati ad alta intensità) determini delle procedure per ogni paziente: alcuni richiedono una terapia più avanzata; con altri, al contrario, è possibile esercitare la terapia standard. Su alcuni di loro, il beneficio persiste tre anni dopo la terapia, ma vi sono casi di cedimento passato un solo anno; per alcuni, il FUS è paragonabile ad una “pillola” da prendere periodicamente e questo determina una maggiore attenzione nella sperimentazione.

Sta di fatto che la ricerca sembra promettere un sentiero fruttuoso; riuscire a colmare la negatività di queste patologie è fondamentale, in quanto concernente il recupero di un tenore di vita tranquillo, stabile nel suo quotidiano. Malattie come il Parkinson non permettono una gestione semplice e pragmatica delle proprie attività, nemmeno le più semplice; difficile immedesimarsi in questa condizione.
Ed è per questo che, nel limite delle nostre possibilità, non resta che incrociare le dita per il futuro. Banale per ora, ma ne riparliamo ai miei sessant’anni.

Eugenio Bianco

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