Umberto Galimberti, i docenti, e la reazione del popolo del web

Umberto Galimberti, filosofo, accademico, psicanalista e volto televisivo, ha fatto, durante la trasmissione “In Onda” di La7, alcune dichiarazioni impegnative sul mondo della scuola e degli insegnanti.

“Mica tutti i professori hanno la vocazione e sono innamorati della scuola. Molti insegnanti sono innamorati dello stipendio e del posto di lavoro. Se c’è una buona scusa per non andare a scuola la si usa”.

E ancora:

 “Alcuni ancora considerano la scuola non come luogo di educazione per i nostri giovani, ma un luogo di occupazione per gli insegnanti. Purtroppo questo ancora continua. L’occupazione degli insegnanti viene prima dell’educazione dei nostri ragazzi”.




Umberto Galimberti e le sue citazioni passate sull’insegnamento.

Galimberti non è nuovo a dichiarazioni sul mondo della scuola.
Ad esempio, al Festival della Filosofia, che si è tenuto lo scorso settembre a Modena, Carpi e Sassuolo, ha dichiarato:

“Dovrebbero essere selezionati con test della personalità per evitare che docenti non in grado di insegnare e di appassionare rovinino in 40 anni di carriera la vita di intere generazioni di studenti”.

Le sue affermazioni provocatorie, con grande facilità, diventano virali nel web, dove gli utenti, divisi in “squadre” (coloro che danno ragione a Galimberti e coloro che gli danno torto), rispondono compulsivamente, spesso con commenti “di pancia” che raccolgono le sensazioni legate alle esperienze personali.

Umberto Galimberti e le risposte “di pancia” del web

Non sappiamo se, da parte di Galimberti, ci sia anche un tentativo di sollevare l’attenzione su di lui, toccando argomenti sensibili, ma possiamo illustrare i vari tipi di sentimento e reazioni scatenate in chi decide di commentare le sue affermazioni.

Chi empatizza con Galimberti per esperienze personali con i docenti

C’è un gruppo di persone (studenti, genitori, o chi studente lo è stato), che, nelle dure parole di Umberto Galimberti, rivede atteggiamenti vessatori che a suo tempo ha vissuto da parte della classe insegnanti, o che ha visto vivere ai suoi figli.
Molte persone hanno commentato riportando episodi della propria vita scolastica in cui i docenti lo hanno fatto sentire “sbagliato”, per via di un bisogno educativo speciale, ai tempi ancora non riconosciuto e quindi degno di attenzione, o per una diversità, che poteva riguardare l’aspetto fisico, un carattere particolarmente introverso, l’appartenenza alla comunità LGBT, o ad una minoranza etnica, o altro ancora, o ha visto i propri docenti disinteressati o impotenti di fronte ad episodi di bullismo che stava ricevendo.

Scuola e Inclusione: un processo di crescita che Galimberti sembra trascurare

E’ però vero che la scuola ha fatto passi da gigante in tal senso. Gli studenti con BES (Bisogni Educativi Speciali) e DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) oggi possono avvalersi di misure compensative e dispensative, che permettono loro di realizzarsi tramite il loro personale modo di apprendere.

Anche sull’accoglienza a studenti NAI (nuovi italiani, neo-arrivati in Italia), la scuola ha fatto passi da gigante, tramite politiche inclusive, e anche i concorsi scuola ormai richiedono all’insegnante un approfondito studio delle misure necessarie per accogliere uno studente NAI in modo idoneo.

Passiamo anche ai temi LGBT: sono in tanti ancora i docenti non preparati ad accogliere nel modo corretto uno studente “rainbow”, ma è vero che non poche scuole, ad esempio, hanno inserito, magari con una proposta dei rappresentati d’istituto, la possibilità della Carriera Alias per gli studenti transgender e non binary.

Le parole di Galimberti e il sentimento antimeridionale

Le parole di Galimberti colpiscono “di pancia” anche chi è mosso da un sentimento che potremmo chiamare “antimeridionale”, un sentimento che abbiamo imparato a pensare come “estinto” ma che esiste ancora, come chi vive al Nord Italia, essendo nato al Sud, ma vive al Nord, sa bene.
In molti associano le parole di Galimberti sulla “ricerca di un luogo di occupazione” all’essere meridionali, nonostante i candidati docenti meridionali non siano gli unici.

In molti hanno sottolineato il “fastidio” che provano quando un docente di origini meridionali, e che lavora al Nord, parla con l’accento che ha per via del luogo dove ha passato gli anni in cui il suo linguaggio si è sviluppato.
L’accento, dopo una certa età, non cambia sensibilmente, ed è per questo che risultano particolarmente “razziste” le esclamazioni come “però l’accento non lo hai perso”, come se un italiano del Sud “dovesse” perderlo, per “correggere” un difetto.
Seguono attacchi e battute pecorecce su alcuni dialettismi di origine meridionali che sono diventati “iconici”, ma che, comunque, esistono in tutti i luoghi d’Italia (ma che chi non deve spostare per lavoro non è neanche cosciente di avere).

C’è qualcosa di vero nelle parole di Umberto Galimberti?

Raramente un’affermazione totalmente falsa colpisce a tal punto le coscienze.
Purtroppo, l’impossibilità, soprattutto in certe zone d’Italia, di avere un lavoro coerente al proprio percorso di studi (o, a volte, di avere un lavoro e basta), spinge i giovani (e i meno giovani) a dover rivedere i propri piani.
In quel caso, l’insegnamento diventa uno degli strumenti per inserirsi in modo stabile nel mondo del lavoro, un settore tutelato da un importante impegno sindacale, diversamente da altri settori, in cui trionfa il lavoro in nero o a finta partita iva.

Si pensi alle tante persone, laureate in discipline poco vicine alla cura, che intraprendono percorsi di preparazione per l’insegnamento del sostegno senza nessuna passione per il tema specifico del sostegno, ma solo perché l’inserimento è statisticamente più facile, e fanno questo lavoro solo nell’attesa di poter poi passare alla Classe di Concorso, o ad una delle materie, compatibili con la propria Classe di Laurea.

La pretesa di “vocazione”: sono insegnanti, non missionari in Africa

Qui entriamo in un tema spinoso, che è quello della “vocazione”, concetto citato anche da Galimberti.
Vocazione è un concetto che non dovrebbe riguardare la professione, ma la confessione religiosa, ma essendo in Italia questi due piani spesso confusi e sovrapposti, dai docenti si pretende una sorta di atteggiamento “missionario”, che non si pretende invece da altri professionisti: nessuno penserebbe che un commercialista debba avere una “vocazione”. E’ per questo che spesso la scelta di un lavoro in attesa che arrivi qualcosa di meglio è accettata in altri campi ma non nell’insegnamento.

A proposito di vocazione e minori…

E’ anche vero che questo accade perché i protagonisti sono i minori, e quindi si pensa che una persona senza una “vocazione” possa compromettere il minore nella sua fase evolutiva, ma è anche vero che un eccesso di “vocazione” potrebbe essere parimenti dannosa, perché potrebbe spingere il docente ad assumere un ruolo che va oltre il suo, sovrapponendosi a figure genitoriali, o addirittura a quelle di animatore o catechista. E’ per questo che a volte un sano distacco è necessario.

Conclusioni

Più che interrogarci sul perché Umberto Galimberti si sia espresso in tal senso, è interessante osservare le reazioni del web, immediate, irruente, che in qualche modo danno spazio a moltissime sfumature, punti di vista, ed esperienze, ma che mettono in luce anche tanti pregiudizi e proiezioni personali riversate verso un’intera classe professionale, composta in gran parte di persone preparate, responsabili, ed umiliati da una burocrazia troppo farraginosa (non dimentichiamo che il concorso ordinario docenti bandito nel 2020 non è ancora stato fatto).

Forse, sarebbe più prudente evitare dichiarazioni che da un lato toccano problemi concreti (esistono, anche se non sono rappresentativi, professori non empatici, o con pregiudizi verso le minoranze, impotenti di fronte al bullismo o senza passione), ma che rischiano di fomentare odio verso una categoria, in un momento storico in cui il web  è un pericoloso catalizzatore e sfogatoio per tante persone che non aspettano altro che un capro espiatorio su cui caricare tutte le proprie frustrazioni.

Nath Irriverender Bonnì

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