Un dissenso razionale: la disobbedienza civile secondo Henry David Thoreau

Poco conosciuto in Italia, il lavoro del filosofo americano Henry David Thoreau rivela in trasparenza l’immagine di un uomo complesso e appassionatamente innamorato della libertà. Un uomo capace di trascorrere due anni in solitudine in una capanna nel bosco, autonomamente costruita sulle rive del lago Walden. Ma anche di finire in carcere senza recedere dalla propria opposizione alla scelta del governo statunitense di portare avanti una guerra contro il Messico. Anarchico riluttante, protoambientalista, voce critica: che cos’ha da insegnarci, oggi, Thoreau? Per prima cosa, a praticare una libertà responsabile. Quella che, senza urla e senza strepito, sa esprimere irremovibilmente dove occorre un dissenso razionale.

Almeno in teoria, dissentire è facile. Si può farlo in molti modi: rifiutandosi e accampando scuse, alzando la voce, con un sotterfugio o ricorrendo alla violenza. Ma quand’è che un’opposizione diventa disobbedienza civile? Il filosofo Henry David Thoreau ne La disobbedienza civile, un famoso opuscolo del 1848, offre a questa domanda una risposta particolarmente interessante, attualissima. Il disobbedire assume una valenza etica e politica quando il cittadino, spinto dalla propria coscienza, esprime un dissenso razionale rispetto alla condotta dello Stato. Ma in cosa consiste questa forma di dissenso secondo il pensatore?

Prima ancora di concettualizzarlo, Thoreau dà prova concretamente di che cosa sia un dissenso razionale integerrimo.

Nel 1848, infatti, gli Stati Uniti sono impegnati in una guerra contro il Messico per l’annessione del Texas, uno Stato che permette la schiavitù. La sua annessione – di fatto un’invasione – incrinerebbe il già fragile equilibrio tra Stati del Nord, contrari alla schiavitù, e Stati del Sud, schiavisti. Assolutamente contrario al conflitto, Thoreau si rifiuta di pagare la tassa governativa a sostegno dello sforzo bellico, venendo imprigionato per questo. Nello spiegare le proprie motivazioni, il filosofo scrive:

Oggi, un sesto della popolazione della nazione che s’impegna a difendere la libertà è formata da schiavi. Oggi, un intero Paese viene invaso ingiustamente e sottomesso da un esercito straniero che impone la legge marziale. Per questo ritengo che gli uomini onesti debbano ribellarsi senza indugio e fare la rivoluzione. Ciò che rende questo compito ancora più urgente è che il Paese assoggettato non è il nostro, ma nostro è l’esercito invasore.




«Come deve comportarsi un uomo, oggi, nei confronti di questo governo americano? La mia risposta», rincara la dose Thoreau ,«è che non può esservi legato senza che ciò gli rechi disonore. Non mi è possibile nemmeno per un istante riconoscere come mio un governo che sia anche un’organizzazione politica schiavista

La maggior parte degli Americani, spiega il filosofo, ritiene che essere buoni cittadini significhi avere buone opinioni e delegare ai legislatori l’esercizio della propria coscienza. Così facendo, però, essi finiscono per servire la società come automi, non come esseri umani. Di conseguenza,

ecco il risultato inevitabile di un irragionevole rispetto per le leggi: file di soldati che vanno in guerra marciando in bell’ordine. Contro la propria volontà così come il proprio buonsenso e la propria coscienza.

Secondo Thoreau, la coscienza dovrebbe invece avere la priorità sul rispetto delle leggi:

A mio avviso, dovremmo essere anzitutto uomini, e poi cittadini […]. Il solo obbligo che ho il diritto di arrogarmi è quello di fare sempre e comunque quello che ritengo giusto.

In ogni momento, dunque, per il filosofo primo dovere del cittadino è domandarsi cosa direttamente e indirettamente la legge esiga da lui. E se ciò sia giusto oppure no.

Ma che cosa chiede davvero Henry David Thoreau ai propri interlocutori? Di diventare eroi? Filantropi? Instancabili attivisti?

In verità, no. Molto realisticamente, il filosofo afferma che per essere buoni cittadini non occorre votare la propria vita all’edificazione di un mondo migliore. È necessario, invece, fare attenzione a non prestarsi – magari inconsapevolmente – alla sopravvivenza di quei mali che a parole si condannano.

Non è che l’uomo abbia il dovere di dedicarsi all’estirpazione del male, anche del più smisurato. Giustamente, può avere altre faccende di cui occuparsi. Ma è suo dovere, perlomeno, tenersene fuori e, se il suo pensiero ne è lontano, non deve aiutare il male di fatto. […] Non sono venuto a questo mondo soltanto per farne un buon posto nel quale vivere, ma per viverci, buono o cattivo che sia. Non devo fare tutto, ma qualcosa. E poiché non sono in grado di fare tutto, almeno non devo fare ciò che è sbagliato.

L’invito ad astenersi dal compiere il male pur potendo ricevere un danno da questa scelta non è, di per sé, rivoluzionario. Infatti, già il filosofo Socrate ne aveva fatto uno dei capisaldi della propria dottrina. A rendere notevole la prospettiva di Thoreau è l’ingiustizia dalla quale il filosofo americano invita a guardarsi.

La colpa più infame di cui possa macchiarsi un uomo libero, secondo l’autore de La disobbedienza civile, è lo sfruttamento di un altro uomo. Infatti, scrive,

allorché mi dedico ai miei scopi e progetti, devo per prima cosa verificare di non farlo standomene seduto sulle spalle di un altro uomo. Prima di tutto devo scendere da lì, in modo che anche lui possa perseguire i propri obiettivi.

Non si tratta, va notato, soltanto di evitare di praticare attivamente l’ingiustizia. L’invito del filosofo è molto più radicale, perché invita a non praticarla nemmeno per omissione, non contestando l’operato dello Stato che la consente. Né è sufficiente dichiararsi soltanto a parole sostenitori della libertà. Non in un Paese nel quale «ci sono migliaia di persone che in teoria sono contrarie alla schiavitù e alla guerra. Eppure, non fanno nulla per mettervi fine».

La disobbedienza civile come esercizio di un dissenso razionale e consapevole, dunque, passa in egual misura per il pensiero e per l’azione.

Per il pensiero, in virtù del riconoscimento della pari dignità di ogni essere umano come valore non asservibile al profitto o alla ragion di Stato. E per l’azione come condotta coerente con l’orientamento valoriale professato: una presa di posizione non attraverso dibattiti e petizioni, ma attraverso gesti di opposizione significativi. Pur nel loro piccolo, gesti capaci di essere autenticamente rivoluzionari. Gesti degni di un anarchico? Thoreau, pur ritenendo che «il migliore dei governi è quello che non governa affatto», dissentirebbe:

per parlare in termini pratici e da cittadino, non chiedo che si abolisca immediatamente il governo. Chiedo però, e immediatamente, un governo migliore.

Parole che colpiscono, soprattutto rilette oggi. In primo luogo, perché ci lasciano intuire la direzione in cui potremmo (e, forse, dovremmo) esercitare un dissenso razionale. In secondo luogo perché ci ricordano, in modo quasi doloroso, il prezzo del nostro conformismo e del nostro assenso. Il rovescio della medaglia del valore della nostra libertà, che le pagine di Thoreau costituiscono un prezioso invito a non dare per scontato.

Valeria Meazza

 

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