Chi produce le uova da allevamento in Italia? Violenze sulle galline e truffe

Inchiesta all'interno delle aziende che riforniscono marchi noti della distribuzione.

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Rompiamo i gusci, sbattiamo i tuorli, ne montiamo il bianco con la frusta: è curioso come persino nelle ricette più delicate – le spume, i flan, e non ultime le candide meringhe vi sia nella preparazione delle uova un ché di violenza. È quel che avviene prima però, a doverci turbare: le condizioni in cui vengono prodotte le uova da allevamento – siano esse “a terra”, “bio”, al peggio in gabbia – sono quelle in cui nascono, vivono – al solo fine di soddisfare le nostre richieste – e infine muoiono migliaia di galline. Non ultimo, queste stesse etichette apportate sulle confezioni delle uova, sono ciò che determinano le scelte più o meno consapevoli dei consumatori. Ci fidiamo dell’idea di “all’aperto”, delle immagini di galline felici che razzolano nei prati, delle mamme chiocce che covano i loro pulcini.

La realtà il più delle volte è ben diversa (e il biologico non si salva). Lo sanno quelle 4.600 galline “salvate” dall’ultima operazione dei NAS (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità), che ha portato alla chiusura di nove aziende produttrici di uova da allevamento: ammassate, maltrattate, imbottite di antibiotici, eppure riversate in condizioni igieniche (e di vita) spaventose. E purtroppo, come per gli allevamenti intensivi che spereremmo di poter rinfacciare soltanto agli Stati Uniti, questo non è nemmeno un caso isolato: a luglio erano i topi ritrovati fra le gabbie dell’allevamento “biologico”, ma potremmo citare anche la frequente questione del sovraffollamento, oppure gli episodi di galline abbeverate con acqua non potabile, delle carcasse di animali che in tali condizioni trovano la morte, e così vengono generalmente lasciati abbandonati in mezzo a quelli che – fortunatamente? – rimangono in vita.




La realtà il più delle volte è ben diversa quindi, e lo sa bene Marco, che in allevamenti come questi per tre mesi ha lavorato sotto copertura. È stato lui infatti, a documentare le immagini della violenza che si cela dietro le uova da allevamento; è grazie a lui – e in particolare all’associazione Essere Animali di cui fa parte, oltre a centinaia di altri attivisti – che spesso arrivano le segnalazioni che fanno partire le indagini.

Abbiamo intervistato Marco, per descrivere l’esperienza da incubo in tre stabilimenti proprietà di un’azienda in Emilia Romagna. Alla fine del racconto ci porremmo probabilmente la stessa domanda: “E quei posti ora sono chiusi, giusto? O per lo meno sono stati sequestrati, e le galline messe in salvo, vero…?”

Il nostro interlocutore allora sorriderà, a metà fra il disagio e un’amara speranza, rispondendo: “No, no… Eh, chiusi… magari”.


Produrre uova da allevamento: l’esperienza diretta all’interno delle aziende

Per adesso, pare che questi stabilimenti in particolare non siano nemmeno sotto sequestro: seguiranno le indagini dei Carabinieri Forestali di Ravenna, grazie alle denunce di Essere Animali.

“Se vedono che la situazione è disperata, allora chiudono.”

Quanto disperata? – verrebbe da chiedersi dopo aver visto le immagini delle brutali violenze, delle condizioni di sofferenza in cui vivono le galline. Sono coloro che forniscono la maggior parte delle uova da allevamento, nonché contenute in tutti quei prodotti derivati (dolci, pasta ecc.), che troviamo sugli scaffali dei supermercati.

Per alcuni ciò che è peggio, potrebbe essere l’inganno all’acquisto di uova da allevamento “bio”, quando invece le galline in quei capannoni:

Non avevano nemmeno le aperture per uscire all’esterno. Non è che non le facessero uscire: (il regolamento per la produzione del biologico prevede che sia assicurato un terzo della loro vita all’aperto) proprio non c’era alcuna apertura all’interno dei capannoni.

Questo riguarda tre dei fabbricati sotto inchiesta, dedicati appunto alla produzione di uova da allevamento rivendute a grandi marchi e catalogate come “bio”. Così venivano quindi etichettate successivamente, e rivendute nei supermercati. Per i consumatori si tratta perciò di frode alimentare; per le galline significa innanzitutto una privazione di libertà fondamentali (l’aria aperta, la luce del sole…); al contrario per i produttori diventerebbe evidentemente una perdita in termini di tempo, produttività, e soprattutto di guadagni.

Le drammaticità maggiori riscontrate dal nostro testimone, e filmate nelle immagini, avvenivano comunque durante i carichi: situazioni gravi, con animali evidentemente lanciati, presi a calci, scaraventati nelle gabbie. Il problema però, è che questi spostamenti – da condannare indiscutibilmente per maltrattamento di animali – avvengono solo in determinate fasi della produzione, e sono perciò una prova difficile da indagare per le autorità. E se tutto va bene, il produttore ha la fedina penale macchiata, gli tocca qualche multa o sanzione, magari l’interdizione a continuare col suo mestiere.

Quale sarebbe quindi la prospettiva migliore come conclusione della vicenda?

Una condanna certamente utile: costituirebbe un precedente per i processi in futuro, poiché non è scontato che chi maltratta gli animali venga condannato. Quindi è importante che chi ha fatto quelle cose venga accusato: come deterrente per altri, che altrimenti continuerebbero così. E a rimetterci sono gli animali.

Le galline: macchine da uova come in una catena di montaggiouova da allevamento

Oltre alla tristezza di un’intera vita in allevamento – in uno spazio che nelle gabbie arriva a restringersi a un singolo foglio di carta A4 per ciascun esemplare – le galline a terra subiscono il taglio netto del becco, per impedire loro di sfogare lo stress beccandosi a vicenda, oppure strappandosi le piume.

Tutto ciò avviene in un sistema in cui esistono più settori: le galline quando non sono ancora fertili stanno in allevamenti dove non c’è la catena della raccolta, simili a quelli dei polli.

Intere distese di terra con solo gli abbeveratoi e il cibo.

È all’età di circa sei mesi – trascorso ormai già un terzo della loro esistenza – che le galline vengono spostate negli stabilimenti per le uova.

Per legge, bisognerebbe evitare inutili lesioni e garantire il benessere degli animali

Più volte ho sentito di animali salvati dagli allevamenti, le cui condizioni sono talmente gravi (incapaci di reggersi in piedi, agonizzanti) da costringere gli attivisti a sopprimerli, piuttosto che perpetuare le loro sofferenze. Anche agli stessi operatori negli allevamenti, la legge consentirebbe l’abbattimento di emergenza – purché effettuato da personale adeguatamente formato. In questo caso assistiamo invece a un macabro spettacolo.

Quella sarebbe stata effettivamente una mia scelta. Succedeva comunque che spesso le galline in condizioni di sofferenza o malate venissero messe all’esterno del capannone, e lasciate lì, senza cibo né acqua, a morire di inedia. Perché per loro quegli animali non sono più produttivi. Quando assistevo a queste scene, davo loro un po’ d’acqua, qualche manciata di mangime. Altrimenti se le vedevo palesemente malate – al punto che non si reggevano in piedi – cercavo di portarle in un luogo del capannone più tranquillo, in modo che non venissero pestate dalle altre. Sono capannoni al cui interno sono stipati migliaia di animali, in cui succede che si pestino anche fra di loro.

Ad ogni modo, nel video si vede un’operatrice che ne uccide uno: gli dà una bastonata e lo ammazza. È illegale farlo: va contro le linee guida degli allevamenti per sopprimere gli avicoli (polli, tacchini eccetera).

 

C’è qualcuno invece, che lavorando lì sembrava comunque colpito da tali crudeltà?

Ci sono lavoratori che trattano gli animali in modo più corretto, con più cura. Ma ci sono giorni, o procedimenti, in cui per ingranare nel sistema sei obbligato ad agire in maniera più veloce, con pratiche che ledono agli animali. E ti tocca farlo, anche se generalmente useresti un comportamento meno crudele, meno violento. Se per trasportarli devi svuotare un capannone da sette, ottomila animali in mezza giornata, allora li afferri per una gamba per metterli in gabbia. E puoi farlo nel modo più delicato che puoi, però all’animale questa cosa non gli va bene. È una crudeltà.

Era la tua prima esperienza sotto copertura?

No, avevo già lavorato negli allevamenti di maiali. Ma si va avanti. L’associazione fa indagini di continuo: è la sua peculiarità, il suo focus per poi fare campagne di pressione contro le aziende.

C’è qualcosa invece che non ti ho chiesto, che vorresti aggiungere in particolare?

Tutti possono fare azioni piccole, o azioni grandi come quella che ho fatto io, per far sì che un giorno questo non avvenga più.

Alice Tarditi

(Tutte le immagini e i video – a eccezione di quella di copertina – provengono dal sito di Essere Animali, su cui puoi trovare altro materiale dall’inchiesta). 

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