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Uscire dal caporalato è possibile e questi sono i racconti di chi ce l’ha fatta

di admin
05 Apr 2018
in Attualità
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riscatto dal caporalato
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Quando si parla di caporalato e di migranti sfruttati nel lavoro delle campagne italiane, sembra di essere tornati indietro di alcuni secoli, ai tempi in cui gli schiavi portati dall’Africa sulle navi negriere venivano costretti a lavorare nelle piantagioni di cotone o caffè in America. Così a quelli giunti da noi in Italia, a bordo di barconi o gommoni, viene imposto di lavorare la terra per ricavarne arance, pesche, pomodori e altri prodotti ortofrutticoli. Per quegli sventurati dei secoli passsati non c’era via d’uscita da una condizione sociale e lavorativa infima e sembra che nemmeno gli schiavi di oggi possano avere un’alternativa. Eppure non è sempre così: c’è chi è riuscito a cambiare le carte in tavola e a dare una svolta alla propria vita.

Uscire dal caporalato è possibile: ecco chi ce l’ha fatta

Uscire dal caporalato: un sogno, anzi un miraggio per quanti vivono in delle tendopoli o in delle baracche fatiscenti, vengono pagati pochi euro al giorno per lavorare ore e ore sotto sole, pioggia, vento, grandine e qualsiasi altra intemperia esistente. Ma è proprio vero che “non può piovere per sempre” e prima o poi il sole torna a splendere, anche nella vita di chi viene sfruttato da delinquenti.




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Come nel caso di Lamine Bodian, proveniente dal Senegal, che per ben otto mesi ha lavorato ‘come un mulo’ a Laureana di Borrello, nella zona di Rosarno, in Calabria. Stava in una casa da tempo non abitata, priva di luce e di acqua corrente. Dopo aver effettuato la raccolta di mandarini giornaliera, si recava a piedi (macinando chilometri) presso una zona dove fosse possibile prendere acqua per bere e lavarsi (venticinque litri in tutto). La sua esperienza nei campi la riassume così:

“Ci trattavano come cani, li chiamavamo padroni”.

E la sua storia è simile a quella di altri, come Ibrahim, Suleman, Sidiki e poi Giuseppina, Paola e Abdullah (che purtroppo non ce l’hanno fatta). Settimane e mesi passati a raccogliere arance e a colmare cassette di pomodori, il tutto per una paga di neanche 25 euro al giorno. Andavano di campo in campo, inseguendo gli ortaggi e la frutta da coltivare e poi raccogliere, con in testa un unico monito: “Chi si ferma è perduto”.

Ma grazie all’intervento di associazioni e reti di distribuzione nate per combattere il caporalato alcuni sono riusciti a salvarsi ed ora lavorano nei campi, senza però essere sfruttati e ‘trattati come cani’. Ora sono impegnati nel preparare la conserva di pomodoro, nella produzione di formaggi, miele e marmellate, nella raccolta di arance, mandarini e olive (per la spremitura dell’olio), ma adesso lavorano sotto contratto e sono tutelati.

Ciò non significa che il caporalato sia stato sconfitto e che non esista più a Rosarno o a Nardò in Puglia, ma queste iniziative sono dei segnali che qualcosa e qualcuno si stanno muovendo per combattere lo sfruttamento di migliaia di persone.
L’idea è venuta dopo le riunioni tenutesi presso l’ex Snia di Roma, a via Prenestina, uno dei luoghi in cui i braccianti africani si erano rifugiati. Da lì è partita una mobilitazione che ha portato ad una collaborazione con circa dieci produttori calabresi che hanno aderito ad un piano per impiegare legalmente i migranti. E così le arance raccolte e l’olio spremuto sono venduti a prezzi ‘onesti’. Le terre di Rosarno in cui ora lavorano regolarmente impiegano 60 ragazzi e i prodotti giungono in tutto il Paese, tramite il Gruppo d’acquisto solidale che affianca quest’iniziativa.




Il riscatto dal caporalato avviene anche al Nord, in Campania e Basilicata

Suleman Diaria, proveniente dal Mali, è scappato dalle tendopoli calabresi e presiede da quattro anni la cooperativa sociale Barikamà con cui produce ortaggi bio e yogurt in vasetti e dà lavoro ad altri sei africani. I loro prodotti riscuotono un grande successo nella Capitale e nei piccoli negozi di generi alimentari. Inoltre, da dicembre del 2017, la Barikamà si occupa anche di un bar, il Caffè Nemorense.

Queste piccole iniziative di svolta e rinascita fanno capo a Fuori Mercato una rete che aggrega quanti ne fanno parte: migranti, italiani, volontari e produttori da Nord a Sud. Seguono dei principi quali l’autogestione, le produzioni contadine e il rispetto delle condizioni e dei diritti lavorativi sia nei campi che nelle fabbriche.

Arance, yogurt, olio, pomodori, ma anche salse a marchio Sfrutta Zero, provengono da Nardò in Puglia e i pomodori da cui vengono ricavate queste salse sono prodotti da Diritti a Sud e Solidaria, due associazioni che tutelano non solo i migranti, ma anche italiani quali: precari, contadini, disoccupati che possono finalmente contare su contratti e paghe in regola. iIterreni da loro adoperati non sono di proprietà, bensì affittati così come vengono noleggiati i mezzi per preparare la terra. Il tutto avviene senza pesticidi o agenti chimici: i pomodori vengono raccolti e consegnati ad aziende conserviere del posto.

Passando poi alla Campania e alla Basilicata si trova Funky Tomato, nata nel 2015, che si è prefissata come obiettivo la divisione equa del lavoro e la lotta allo sfruttamento in ambito agricolo. A differenza di quelle sinora descritte è una filiera agricola, non un’associazione o una cooperativa: il tutto ha inizio a maggio, momento in cui comincia la campagna d’acquisto e poi le conserve vengono consegnate intorno alla metà del mese di agosto. I pomodori usati arrivano da Sarno, Oppido lucano e dintroni del Vesuvio. Nel 2017 sono state preparte 150 mila conserve da molti aziende che hanno aderito alle regole di Funky Tomato: “agricoltura organica, capacità produttiva e tutela del lavoro”.

Fuori Mercato si occupa anche di olive, in particolare di quelle di Nocellara del Belice (in Sicilia), nel periodo che va dall’inizio dell’autunno (settembre) fino all’inizio dell’inverno (dicembre) centinaia di braccianti erano un tempo obbligati a raccogliere le olive, vivendo nel quartiere povero Erbe Bianche di Campobello di Mazara. La mobilitazione dei braccanti è cominciata cinque anni fa, nel 2013, africani e italiani si soo incontrati e, dopo aver trovato un accordo, hanno dato vita a ContadnAzione che produce olive, olio, paté e pomodori secchi.

E poi c’è Rimaflow che non solo provvede a produrre il cibo, ma si occupa anche della sua distribuzione. Questa organizzazione ha sede a Trezzano sul Naviglio, in un’ex fabbrica di tubi per condizionatori di auto e camion riconvertita in centro di distribuzione dagli stessi operai che erano stati lasciati senza lavoro, a causa dello spostamento dello stabilimento. Inoltre la struttura ospita anche la Cittadella dell’altra economia, che si occupa dell’artigianato. Tra i prodotti distribuiti c’è il Rimoncello (ossia, il limoncello ricavato dai limoni di Sos Rosarno).




“Continuavo a pensare: non sono uno schiavo e neppure i miei fratelli africani lo sono. Non ho più accettato di essere un cane”.

Ecco cosa spinge queste persone ad uscire dal caporalato: la voglia di non essere e di non sentirsi schiavi né cani. Le parole di Lamine in Calabria dovrebbero essere d’esempio agli altri migranti che vengono disumanamente sfruttati. Molto c’è ancora da fare per i braccianti e per tutti i migranti: niente più tendopoli incendiate, niente più baracche prive di servizi igienici e niente più cibo per maiali nei centri di accoglienza. Solo più umanità, perché è questo ciò che sono: esseri umani come noi, non dimentichiamolo.

Carmen Morello

Tags: Becky MosesbraccianticalabriacaporalatoimmigratiimmigrazioneLanghemigrantiNardòNdranghetaPiana di Gioia TauropiemontePugliarazzismorazzistiRosarnoSan Ferdinando
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