L’Utopia ne “L’anno 2440 di Louis-Sébastien Mercier”

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Oggi più che mai sentiamo parlare di malgoverno, tagli all’istruzione e alla sanità, corruzione, concussione. Ma qui vi proponiamo un viaggio nell’utopia di una città meravigliosa, grazie alla fantasia di Louis-Sebastien Mércier.

Nella realtà quotidiana non sono solo “chiacchiere da bar”, ma eventi concreti che caratterizzano la vita di tutti i giorni. Esiste un mondo in cui tutto funziona? La giustizia funziona correttamente? In cui il traffico è ben regolato? Dove tutti i cittadini sono istruiti? Dove le opere pubbliche celebrano la grandezza di una città? Sì, “l’Utopia”. In diversi secoli Platone, Tommaso Moro, Francesco Bacone, Louis-Sébastien Mercier, Marchese de Sade e Voltaire hanno trattato il tema di città ideale e realtà ideale. Qui, ogni aspetto funziona dall’amministrazione cittadina al governo, al traffico. Ogni cittadino rispetta le leggi dal momento che se non le rispetta viene punito, le opere cittadine e il traffico testimoniano una società perfetta.

Louis-Sébastien Mercier e l’Utopia de “L’anno 2440”

Louis-Sébastien Mercier
Ritratto di Louis-Sébastien Mercier

Quando si parla di Utopia, il primo autore a cui pensiamo è Tommaso Moro, autore britannico del ‘500. Oggi parliamo di un autore meno noto e diffuso, ma non meno importante, Louis-Sébastien Mercier. Nato a Parigi, città in cui visse e studiò, ebbe un educazione agiata e dopo aver insegnato retorica a Bordeaux si dedicò alla sua più grande passione: il teatro. Scrisse numerosi drammi, molto in voga a fine ‘700, ma l’opera più diffusa e tradotta è sicuramente “L’anno 2440”. Lo scrittore, stanco e provato si addormenta a casa sua dopo una lunga giornata. Al risveglio, Mercier è sempre nella sua città, Parigi, ma dopo 700 anni. Percorrerà la città in lungo e in largo e osserverà la nuova disposizione urbanistica della città, il cambiamento della moda, le biblioteche e il teatro in cui andava spesso. Tutto è perfetto e tutto funziona agli occhi dell’autore.

 

I veicoli del 2440

Che fine hanno fatto, dissi, quelle brillanti vetture, elegantemente dorate, dipinte, verniciate, che al mio tempo riempivano le vie di Parigi? […] I nostri signori scambiavano le strade di Parigi per la pista dei giochi olimpici, e si vantavano di sfiancare i cavalli. Allora si salvava chi poteva.

“Non è più permesso, mi risposero fare simili corse. I nostri signori oggi fanno uso delle loro gambe; hanno così più denaro e meno gotta. Voi vedete tuttavia qualche vettura; appartengono a vecchi magistrati o a uomini che si sono distinti per i loro servizi e sono curvi sotto il peso degli anni.

Le vetture trainate da cavalli sono sporadiche e appartengono a uomini che hanno fatto carriera e quindi meritevoli, distinti. Il traffico dunque e ridotto e anche i più abbienti, ma non meritevoli, girano a piedi. La Parigi in cui si risveglia Mercier nel 2440 è diversa rispetto a quella in cui viveva. L’utopia in Mercier viene proiettata per la prima volta nel futuro, a differenza dei suoi predecessori, che l’avevano sempre rappresentata nello spazio anziché nel tempo.

Luca Patrucco

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