Valentino Talluto, l’untore: comincia il processo d’appello

È iniziata ieri la seconda fase processuale contro l'untore

E noi ci siamo mai interrogati su che cosa significhi davvero essere sieropositivi?

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Il tortuoso processo a carico di Valentino Talluto è iniziato presso la terza Corte d’Assise di Roma. L’uomo è stato arrestato nel 2015, con l’accusa di aver infettato con il virus dell’HIV più di 30 donne. Sul banco dei testimoni, durante il processo, si sono succeduti i vari test. Erano tutte donne, di cui molte entrate in contatto con il Talluto online. Difatti, secondo la ricostruzione emersa dal processo, molte delle ragazze venivano adescate su Badoo e/o su Netlog. L’accusa per i PM è quella di aver contagiato volontariamente le vittime con cui il soggetto entrava in contatto, cosciente della propria malattia.

Primo processo d’appello

In data 6 novembre 2018 è iniziato il primo processo d’Appello alla Corte d’assise di Roma, presieduta da Andrea Calabria e Giancarlo De Cataldo. Se nel processo presso la terza Corte d’assise di Roma era decaduta l’accusa di epidemia dolosa, condannandolo comunque a 24 anni di reclusione – poiché responsabile del reato di lesioni aggravate dal vincolo della continuazione – il processo d’appello chiede ora una pena ben più severa.  Questa storia dell’orrore è iniziata nel 2006 ed è terminata solo il 24 novembre 2015.

Il prossimo 22 novembre sarà chiamata a testimoniare Maria Rosaria Capobianchi, virologa dell’Istituto Spallanzani di Roma, consulente dell’accusa, che aveva condotto i primi test al fine di rintracciare il ceppo dell’HIV diffuso dal Talluto, ampliando la ricerca anche verso altre potenziali vittime. Dall’altra parte, la difesa punterebbe ad abbassare il numero dei casi in cui la responsabilità del Talluto sarebbe davvero effettiva.

Ma chi è Valentino Talluto?

Il trentenne Valentino Talluto, di origini siciliane, ragioniere, era stato preso in carico presso l’ospedale di Roma Sant’Eugenio, sottoponendosi così alle prime cure.

Sin da quel momento doveva già essere a conoscenza della propria malattia. Nonostante ciò le ragazze venivano comunque insistentemente corteggiate, sedotte condannate, a vita, a essere portatrici del virus dell’HIV. Intratteneva anche più di un rapporto contemporaneamente. Era arrivato addirittura ad inviare tramite sms documenti falsati – con la complicità della sua attuale fidanzata (non contagiata) -, che testimoniavano la sua negatività all’HIV.

Quando le ragazze provavano a invitarlo a usare il preservativo, lui rispondeva “il lattice mi dà fastidio”.

Le vittime di Talluto

I test che si erano alternati al banco dei testimoni erano donne di diverse età.  Una avrebbe perso la verginità proprio con il Talluto. La disperazione di essere vittime del virus dell’HIV si manifesta in una crisi di identità testimoniata da grande emotività, tanto che alcune di queste confessano anche di aver pensato al suicidio. Se da una parte l’informazione sul virus, a partire dall’educazione scolastica sino a quella familiare, è pressoché inesistente, dall’altra le vittime si ritrovano costrette alla ricostruzione coatta di una propria identità, nella quale far spazio a una vita che non sarà mai più come quella di prima. E attenzione: i rapporti che il Talluto intratteneva con le ragazze non erano semplici incontri sessuali, fini a se stessi; nella maggior parte degli episodi raccontati, le testimoni descrivono rapporti di complicità e di frequentazione continua. Una delle vittime dirà:

Per compiacerlo, per non farlo andare via da me, abbiamo anche avuto rapporti sessuali a 3. Sono cose che non ho ma fatto in vita mia e che non rifarei mai più, ma ero talmente tanto innamorata che che per paura di perderlo ero disposta a fare tutto

Il Talluto avrebbe dunque violato l’intimità psico-fisica di tutte le sue vittime, lucidamente, condannandole a una pena perpetua.

 

Il virus

Quando ti dicono: hai contratto questa cosa, ti manca il terreno sotto ai piedi, perché pensi che la tua vita è finita lì, dopo quel test

Queste le parole di una delle testimoni. Secondo una statistica riportata UNWomen (Gender Equality And HIV/AIDS Comprehensive Web Portal for Gender Equality Dimensions of the HIV/AIDS Epidemic), ad esempio, negli Stati Uniti, le donne costituiscono circa il 25% delle persone che vivono con l’HIV. Globalmente, invece, le statistiche sono abbastanza diverse poiché il 52% delle persone che vivono con l’HIV sono donne. E ancora: circa il 50% delle nuove infezioni, ogni anno, riguardano solo e soltanto le donne. A questo si aggiunga la statistica più preoccupante: l’HIV/AIDS è la principale causa di morte nelle donne dai 15 ai 44 anni di età, ossia nel loro periodo riproduttivo completo.

 

In conlclusione

Le donne, purtroppo, a causa delle pressioni sociali, spesso non riescono a gestire in maniera corretta la malattia, guardata con pregiudizio e sospetto, tanto più che la donna rischia anche la trasmissione del virus da madre a figlio. Il processo Talluto, oltre a rendere giustizia alle vittime, dovrebbe promuovere un cambiamento non solo nel singolo, ma anche nella società e nella cultura stessa, al fine di difendere i diritti delle donne, calpestati da una prevaricazione maschile innegabile.

 

Flavia Innocenzi

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