La valle dell’Eden: la California biblica di John Steinbeck

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Sarebbe superfluo e retorico ricordare quanto l’America (e la California in particolare) abbiano ispirato fantasia, cinematografia e televisione. Soprattutto, hanno ispirato lo scrittore John Steinbeck (Salinas, California, 1902 – New York, 1968). La sua opera più famosa, La valle dell’Eden (1952), proprio al cinema deve la propria celebrità: ne fu infatti tratto il film omonimo (1955), diretto da Elia Kazan, con James Dean nel ruolo di Cal Trask.

Bastano le prime righe del romanzo per rendersi conto di quanta autobiografia sia stata rielaborata nelle sue pagine. L’autore, infatti, comincia narrando le proprie memorie d’infanzia: “Ricordo i nomi che da bambino davo alle erbe e ai fiori nascosti. Ricordo dove si trova il rospo e a che ora si svegliavano d’estate gli uccelli…” (John Steinbeck, La valle dell’Eden, Milano 1994, Oscar Mondadori, p. 5. Traduzione di Giulio De Angelis). Uno dei personaggi principali si chiama Samuel Hamilton: è di origini irlandesi, come la madre di Steinbeck, e porta lo stesso cognome di lei. Per di più, un’Olive Hamilton (omonima della madre dell’autore e, come lei, maestra elementare) si trova anche nella sua famiglia. Il narratore in prima persona, del resto, la chiama proprio “mia madre” (op. cit., p. 49).

Ce n’è abbastanza per giustificare la vena realistica e sociale che viene abitualmente attribuita alla narrativa di Steinbeck. Ma La valle dell’Eden non è solo questo. È il tentativo di rispondere a una domanda: “Di che tratta la storia del mondo?” (op. cit., p. 459). Insomma, è mito, nell’accezione più alta del termine. Ciò è evidente sin dal titolo. Quello originale, in inglese, è “East of Eden”: “A oriente dell’Eden”, là dove il Signore pose “i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita” (Gn 3, 24). Nel racconto della Genesi, questa è la conseguenza della cacciata di Adamo dal paradiso terrestre, “perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto” (Gn 3, 23).

È quello che fa anche Adam Trask nella propria fattoria, nella valle del Salinas. Come il suo omonimo biblico (Gn 2, 5-6), ha il compito esistenziale di scavare canali e pozzi, perché il suo paradiso sulla terra possa fiorire. E c’è Eva, certo. Qui, però, si chiama Cathy Ames e non è “un aiuto che gli sia simile” (Gn 2, 18). Fino alla fine del romanzo, la sua natura rimane imperscrutabile e perciò tanto più mostruosa sembra la sua vita, tutta improntata alla prevaricazione e alla sottomissione degli altri. “Come un bambino può nascere senza un braccio, uno può benissimo nascere senza gentilezza o senza una coscienza virtuale. […] a un mostro, è la norma che sembra mostruosa, perché ognuno è normale per se stesso. […] A un uomo nato senza la coscienza, un altro che abbia il peso di un’anima deve sembrare ridicolo. Per un criminale, l’onestà è sciocca. […] È mia ferma convinzione che Cathy Ames fosse nata con le tendenze, o meglio con la deficienza di tendenze, che la spinsero avanti a forza tutta la vita.” (Op. cit., pp. 82-83).

Lei è la madre di Aron e Cal Trask, due gemelli in cui è facile rivedere Abele e Caino, finanche dalle iniziali. Cathy li ha concepiti in adulterio col cognato, per poi abbandonarli alla nascita e continuare a perseguire la propria vocazione al meretricio. Non odia la famiglia che ha generato per caso e per opportunismo: essa è un ostacolo come un altro. Chi non ha coscienza, non conosce nemmeno l’odio. Perché l’odio si prova per le persone, non per gli strumenti.

Per il marito, Adam, perdere Cathy è un lutto di genere assai particolare. Non ha perso un essere umano, ma un angelo – quello che i suoi sentimenti hanno costruito, grazie all’abilità della donna nel mascherarsi. Restar senza di lei ha significato smarrire ciò che faceva volare il suo spirito. Almeno, finché l’amico Samuel Hamilton non l’ha strappato al fantasma ideale per riportarlo alla realtà: è padre di due figli. Cosa significa essere figli del proprio padre? Significa non essere i primi uomini sulla terra, aver già ricevuto un’impronta. Un destino immutabile?

Steinbeck crede di no. Il suo individualismo e il suo senso della scelta morale non lo permettono. È così che si richiama a quella “storia di ogni uomo in ogni epoca” che riconosce nella Bibbia. In particolare, riflette sulla vicenda di Caino e Abele (Gn 4, 1-16). Così dice Dio al primo, dopo che ne ha rifiutato il sacrificio: “Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo”. (Gn 4, 6-7). La questione ruota attorno al senso di quel “tu dominalo”. Così considera Steinbeck, per bocca del personaggio di Li: “La parola ebraica, la parola timshel – tu puoi – implica una scelta. […] Significa che la via è aperta. Rimette tutto all’uomo. Perché se ‘tu puoi’, è anche vero che ‘tu non puoi’”. (Op. cit., pp. 338-339).

Erica Gazzoldi

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