Venezuela, gli Stati Uniti valutano l’intervento militare

In un’esclusiva del 13 aprile scorso, il giornalista Max Blumenthal ha rivelato i nomi dei partecipanti ad un incontro tenutosi a Washington il 10 aprile che aveva come focus la “valutazione dell’uso della forza militare in Venezuela“.

CSIS

Il meeting è stato ospitato dal Centro per gli studi strategici internazionali (CSIS), un think tank statunitense di stampo neoconservativo nato nel 1962 che si dedica a “fornire visioni strategiche e soluzioni politiche per aiutare chi prende le decisioni a tracciare la via verso un mondo migliore” e che si dichiara “bipartisan e no-profit“. Il Centro, che negli anni ’80 era molto vicino al governo di Ronald Reagan, ha sempre avuto come area di interesse la sicurezza nazionale Usa ed in particolare la gestione da parte degli Stati Uniti delle situazioni di crisi in altri Paesi.

A confermare l’incontro è l’assegnista di ricerca del Programma Americhe della CSIS Sarah Baumunk, che a Blumenthal ha dichiarato: “Abbiamo parlato di opzioni militari in Venezuela. È stato all’inizio di questa settimana” e non il 20, come erroneamente segnato sulla lista degli invitati.

Santiago Herdoiza, anche lui presente al meeting, ha preferito glissare: “Mi spiace, era un incontro privato. Buona sera.”




Lista

Tra i partecipanti di maggior interesse il giornalista segnala:

– Kurt Tidd: ex comandante delle forze navali del Commando Sud degli Stati Uniti, il braccio del Dipartimento della Difesa che si occupa di fornire cooperazioni di sicurezza nelle aree di Centro e Sud America.

Il suo successore, Craig Faller, a febbraio ha pubblicamente intimato ai militari venezuelani di “fare la cosa giusta” e girare le spalle a Maduro.

William Brownfield: consigliere del CSIS, ambasciatore in Venezuela ai tempi di George W. Bush.

Nel 2017, come consulente del National Security Council, è stato la mente di una strategia atta a destabilizzare la classe dirigente del governo Maduro che prevedeva l’imposizione di sanzioni a tutti i suoi collaboratori tranne uno, Diosdado Cabello, per seminare tra gli altri il sospetto che questi fosse un uomo della CIA.

Nel 2018 ha affermato a proposito delle strategie nordamericane che “la miglior soluzione è accelerare il collasso in Venezuela“.

Fernando Cutz e Juan Cruz, ex membri del National Security Council.

Cutz, componente del Cohen Group – società di consulenza strategica e sviluppo del business – secondo il Wall Street Journal ha illustrato a Trump varie opzioni per aumentare la pressione sul governo Maduro, tra cui le sanzioni alle esportazioni di petrolio venezuelano.

Cruz, anche lui parte del Cohen Group ed ex responsabile per l’America Latina del presidente Trump, ha esortato i militari venezuelani a non riconoscere più Maduro e appoggiare un colpo di Stato.

Pedro Burelli, ex manager di JP Morgan ed ex direttore di PDVSA (società petrolifera pubblica venezuelana).

Ha probabilmente sponsorizzato la Fiesta Mexicana, un meeting privato – tenutosi in Messico nel 2010 – che ha delineato il piano d’azione per far cadere il governo Chávez creando il caos per le strade del Venezuela a cui ha partecipato anche Juan Guaidó.

Carlos Vecchio, “ambasciatore” a Washington del governo illegittimo di Guaidó e co-fondatore di Voluntad Popular, il partito a cui entrambi appartengono.

Emiliana Duarte, il cui nome è presente in lista ma che non ha partecipato all’incontro, è una consulente di Maria Corina Machado, fondatrice di Súmate, fondazione finanziata dal National Endowment for Democracy (braccio del governo USA).

In una serie di documenti rilasciati dal governo venezuelano, Machado risulta coinvolta in un piano per assassinare l’attuale presidente del Venezuela. In una mail del 2014, inoltre, aveva scritto ad un ex diplomatico venezuelano di “ottenere i finanziamenti per annientare Maduro“.

David Smolansky, tra i fondatori di Voluntad Popular e molto vicino a Guaidó.

Attualmente è il coordinatore del gruppo della OEA (Organizzazione degli Stati Americani) per i migranti e rifugiati venezuelani, in stretta collaborazione con il governo Trump e il rappresentante speciale per il Venezuela Elliott Abrams, uno dei protagonisti dello scandalo Iran – Contra e sostenitore degli squadroni della morte in El Salvador e Guatemala negli anni ’80.

Evidentemente senza più molte carte da giocarsi, con Guaidó a corto di credibilità sia a livello nazionale che internazionale, gli Stati Uniti sembrano essere giunti al punto in cui l’intervento militare è diventato – quanto meno – un’opzione da valutare. Probabilmente, ai loro occhi, è anche quella risolutiva.

Alessandro Rettori

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