Sono passati ventiquattro anni dal G8 di Genova, da quando il movimento alter mondialista scendeva in piazza per opporsi alle politiche scellerate dell’Occidente, responsabili di mettere a rischio i diritti umani e l’ambiente. Ventiquattro anni dalla morte di Carlo Giuliani per mano di un carabiniere. Ventiquattro anni dalle torture inflitte alla Diaz e a Bolzaneto, ai danni di militanti pacifici, per mano della polizia di Stato. Cosa ci resta oggi del sangue sull’asfalto di Piazza Alimonda e sui pavimenti della scuola Diaz? La repressione continua, assumendo forme sempre nuove, che legittimano l’operato fascista delle destre europee e isolano sempre di più le persone, impedendo loro di creare aggregazioni movimentiste e strutturali di ampio raggio. La partecipazione alla politica è sempre più scarsa e la stigmatizzazione degli attivisti feroce.
Il 20 luglio 2001, durante le proteste di piazza contro il G8 di Genova, il giovane militante Carlo Giuliani viene colpito alla testa da un proiettile sparato dal carabiniere di leva Mario Placanica. Per strada si consumano le violenze più efferate e le forze dell’ordine attaccano i manifestanti con manganellate e gas lacrimogeni.
Genova è in assetto da guerra: la città è divisa in zone rosse, con imponenti barricate erette per impedire ai manifestanti di accedere al centro e di avvicinarsi al luogo del potere, il Palazzo Ducale, dove otto uomini incravattati stanno decidendo le sorti del mondo intero. Il giorno dopo, nella scuola Diaz, adibita a dormitorio, si consuma una mattanza: la polizia fa irruzione e pesta a sangue tutti i presenti, giovani e vecchi, cittadini comuni e giornalisti, per poi arrestarne alcuni e trasferirli alla caserma di Bolzaneto, dove vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche.
Cosa ci resta, ventiquattro anni dopo, di quella macelleria messicana, di quella sospensione dei diritti democratici che ha segnato indelebilmente la storia della militanza e la storia umana? Non solo depistaggi, promozioni di grado per i responsabili dei crimini e lunghe incarcerazioni per gli attivisti, ma anche un intero sistema politico conservatore e fascista che in quel momento ha gettato le basi per la propria legittimazione negli anni a venire. La scuola Diaz è la madre della repressione degli anni Duemila, il laboratorio che ha permesso, dopo decenni di lotte sindacali, Guerra Fredda e presenza del Partito Comunista, di studiare i nuovi assetti dei movimenti e capire come reprimerli più efficacemente.
Black bloc, termine coniato pochi decenni prima, è diventato l’emblema di questa repressione. Le parole plasmano la realtà: associare chi milita a un vandalo, un teppista, un violento, rende giustificabile qualsiasi azione nei suoi confronti. I termini sono cambiati nel tempo, ma il significato rimane immutato, pregnante e ineccepibile: antagonisti, zecche, ecovandali. Ghettizzare verbalmente le persone, separandole dal resto della società “per bene” — che non si lamenta, non alza la testa, non diventa scomoda — consente un isolamento e una repressione più mirati.
Il riflusso fascista del nostro presente
La tenuta democratica dell’Italia e di molti altri paesi occidentali è oggi in grave pericolo. In tutta Europa e in America assistiamo giornalmente a gravissime violazioni dei diritti umani: carcerazioni forzate di migranti incensurati, CPR e prigioni che somigliano a lager, infiltrazioni in organizzazioni politiche di sinistra, manganellate a cortei pacifici e procedimenti penali severi a carico di attivisti.
Ciò che desta maggior preoccupazione è però la normalizzazione di queste pratiche. Ci siamo anestetizzati di fronte a quello che accade attorno a noi, complice una sinistra liberale e liberista che da trent’anni a questa parte non è più in grado di raccogliere il malcontento della popolazione e incanalarlo in azioni politiche efficaci. Il globalismo feroce, contro cui i manifestanti si battevano nei primi anni Duemila, è ormai accettato come un dato di fatto imprescindibile e ineluttabile, rendendo praticamente impossibile immaginare un’alternativa, un mondo lontano dalle logiche capitaliste.
Il modello globalista, tuttavia, ha alimentato le disuguaglianze economiche e sociali, non mantenendo fede alle promesse che aveva dato. Conseguentemente, di fronte alla profonda crisi economica che attanaglia l’Occidente e il sistema neoliberista da molti anni a questa parte, non stupisce che il voto della popolazione si sia spostato verso le facili promesse del nazionalismo e della destra estrema, mentre sotto i nostri occhi vengono approvati provvedimenti lesivi, che suscitano rabbia e interrogativi soltanto in una minoranza di cittadini.
I diritti vengono erosi gradualmente, accompagnati da una profonda manipolazione psicologica del pensiero comune. Il recente Decreto Sicurezza, voluto dal governo Meloni e ormai legge, non ha suscitato particolare scalpore, essendo il risultato finale di una lunga serie di narrazioni distorte rivolte agli attivisti. Tra i nuovi reati introdotti dalla legge figura il blocco stradale, pratica tipica delle organizzazioni ambientaliste, la cui introduzione ha suscitato in molti un senso di sollievo: finalmente quegli ambientalisti che ostacolano il traffico e il lavoro vengono allontanati. Il lavoro è diventato il nostro fine supremo, e ciascuno conduce la propria vita convinto di non incorrere in problemi se si mantiene in linea con le regole.
In assenza di protesta e dissenso politico, tuttavia, si assiste inevitabilmente a un peggioramento delle condizioni sociali: l’allungamento degli orari lavorativi, la stagnazione o riduzione dei salari, e il progressivo degrado dei servizi pubblici quali sanità e istruzione. Le opzioni sono due: accettare passivamente questa realtà, condannandosi a condizioni di povertà, deterioramento dei servizi e a un futuro privo di opportunità per le nuove generazioni; oppure scegliere di attivarsi, con la consapevolezza di correre molti rischi, ma con la possibilità di immaginare un futuro diverso e migliore.
















