Verso l’abisso: il panserbismo e il culto della “Grande Serbia”

Il panserbismo fu un movimento culturale e politico sviluppatosi in Serbia a fine diciannovesimo secolo. Influenzò molti giovani belgradesi, compreso Gavrilo Princip, autore del casus belli della Grande Guerra.

Il panserbismo fu un nazionalismo aggressivo che mirava all’unificazione degli slavi del sud sotto la guida di Belgrado. Questa ideologia venne alimentata dai racconti leggendari della “Grande Serbia”; il periodo di massimo splendore e grandezza del popolo serbo sotto Stefano Dusan, incoronato imperatore nel 1346 dopo aver annesso la Macedonia al suo regno.

La morte prematura dell’imperatore frammentò il regno in principati rivali. La mancanza di coesione interna favorì l’invasione dei turchi, che ebbero la meglio nella battaglia dei Merli in Kosovo nel 1389. La dominazione turca non influì pesantemente solo in ambito culturale, religioso e sociale, ma contribuì a rafforzare il forte senso di appartenenza del popolo slavo. Le atrocità commesse dalle truppe ottomane vennero ricordate di generazione in generazione, così come la libertà perduta, l’antica gloria e il desiderio di riunire nuovamente le popolazioni balcaniche sotto la guida dell’aquila bicefala belgradese. Un’ideologia ossessiva che si fissò nella memoria collettiva fino a dare vita al panserbismo.

Il panserbismo alimentato dalla letteratura nazionalista

Djordje Petrovic, detto “Kara Djordje”, guidò le prime rivolte popolari serbe contro il dominio ottomano. Dopo un breve successo, la controffensiva turca sconfisse i serbi nel 1813 e mise in fuga Karadjordje. Nel 1815 vi fu una nuova insurrezione serba, guidata da Milos Obrenovic. Con grande diplomazia, Obrenovic professò fedeltà al
sultano turco e ottenne il riconoscimento di un principato serbo. Quando il vecchio
eroe Karadjordje rientrò in patria, Obrenovic lo fece assassinare: questo atto fu il punto di partenza della vendetta e delle lotte di sangue per il trono di Serbia.

La dinastia Obrenovic regnò per quasi tutto l’Ottocento, nonostante continue rivolte e regicidi. La politica estera serba ruotò attorno al mito della “Grande Serbia”. Il Nacertanije, un memorandum segreto del ministro dell’Interno Ilija Garasanin, riprese gli antichi fasti dell’Impero e diventò la pietra miliare del nazionalismo serbo.

Garasanin sosteneva che il principio di unità nazionale doveva essere il primo comandamento della politica estera. Ideologia rafforzata dal libello nazionalista Srbi svi i svuda (“Serbi tutti e ovunque”). L’opera di Vuk Karadzic descriveva una nazione di circa cinque milioni di serbi sparsi dalla Bosnia alla Croazia, dalla Dalmazia fino a Trieste. Era quindi un dovere di ogni fiero compatriota lottare per riunire i propri fratelli al nascente stato serbo.

L’indipendenza della Serbia

La Serbia ottenne l’indipendenza nel 1878. Il Congresso di Berlino riunì le grandi potenze che presero decisioni in merito alla questione balcanica. Dopo anni di lotte e guerre, alla Serbia venne accordato il rango di Stato indipendente. Milan Obrenovic istituì la monarchia e si autoproclamò primo re dei serbi.

Alessandro Obrenovic succedette al padre Milan e rafforzò il legame tra la corona e l’esercito. Inoltre, abolì la libertà di stampa ed eliminò il diritto di voto. Trascinato nel vortice del potere assolutista, il giovane monarca ebbe un effetto devastante sulla
reputazione della dinastia degli Obrenovic, una famiglia ormai giunta al capolinea.

Il regicidio del 1903

La maggior parte della società era unita all’opposizione alla corona. La notte dell’11 giugno 1903 venne messo in atto un colpo di stato. Ventotto ufficiali dell’esercito tradirono Alessandro. Si avvicinarono ai cancelli del Palazzo reale e, dopo uno scontro a fuoco, disarmarono e arrestarono le sentinelle di guardia. Entrarono nel salone d’ingresso e, quando raggiunsero la camera da letto del sovrano, scoprirono che il re Alessandro e la regina Draga Masin ormai non erano più lì. Mentre gli ufficiali passavano di stanza in stanza con le pistole in pugno, i sovrani se ne stavano rannicchiati in un piccolo annesso contiguo alla camera da letto, usato dalle cameriere per stirare.

Il fedele primo attendente del re, Lazar Petrovic, fu condotto lungo le sale buie e costretto a chiamare il monarca. Ritornati nella camera del sovrano, i cospiratori trovarono un passaggio mimetizzato dalla tappezzeria. Petrovic si rese conto
che non era più possibile continuare la finzione. Invitato e rassicurato a uscire dal nascondiglio dal proprio attendente, Alessandro, vestito con una assurda camicia di seta rossa, si mostrò con fierezza agli ufficiali, cingendo la regina con le braccia.

La coppia reale venne falciata da una scarica di proiettili, fine che toccò anche a Petrovic. I cadaveri, lacerati e sventrati, furono fatti a pezzi e gettati dalla finestra. L’11 giugno 1903, la dinastia Obrenovic, che aveva contribuito all’indipendenza del paese e regnato per gran parte dell’Ottocento, non esisteva più.

Il panserbismo come guida politica e sociale

Poche ore dopo l’assassinio, i cospiratori annunciarono Pietro Karadjordjevic, nipote del vecchio eroe Karadjordje, come successore al trono. Il colpo di Stato creò quei presupposti che influirono pesantemente sugli eventi del 1914. La rete cospirativa non si sciolse, anzi diventò una forza importante nella vita politica e pubblica. Il governo infatti comprendeva diversi esponenti che si erano macchiati di sangue reale. L’esistenza del nuovo regime dipendeva dalla cellula segreta di cospiratori, che non erano altro che brutali assassini. Il re e il governo erano prigionieri di coloro che li avevano portati al potere.

La figura centrale di questo sistema di segretezza e complotti era il militare e rivoluzionario serbo Dragutin Dimitrijevic, noto come Apis, data la corporatura massiccia che ricordava il dio taurino dell’antico Egitto. Dedito al proprio lavoro militare e politico, Apis non era un uomo tale da poter esercitare influenza su un grande movimento popolare, ma era dotato in abbondanza della capacità di conquistarsi e coltivare discepoli all’interno di piccoli gruppi e di circoli privati, di
far sentire importanti i suoi seguaci mettendo a tacere dubbi e fornendo motivazioni adeguate ad azioni anche estreme.

Nei giovani serbi subentrò una sorta di adorazione per Dimitrijevic. Erano attratti dalla segretezza, dal rigore con cui venivano accettati gli ordini e dalla straordinaria propaganda nazionalista. Apis era un fervente nazionalista, ossessionato dal panserbismo e dal mito della “Grande Serbia”.

L’aggressiva politica estera del governo serbo inasprì le relazioni con l’Impero austro-ungarico e con gli altri stati della penisola balcanica.

1908: il punto di non ritorno e la nascita della Mano Nera

Nell’ottobre del 1908, l’annuncio dell’annessione della Bosnia-Erzegovina all’Impero asburgico scatenò una profonda crisi internazionale e suscitò nell’opinione pubblica serba un’ondata di risentimento e di entusiasmo nazionalista. Tra le strade di Belgrado, il popolo invocò la guerra.

Nacque un’organizzazione di massa, la Srpska Narodna Odbrana (Difesa nazionale serba), che organizzò reti spionistiche in Bosnia, che rappresentava nell’immaginario di ogni patriota il cuore della “Grande Serbia”. La sete di guerra della Serbia venne contenuta dalla Russia e dal nuovo sistema di alleanze europeo appena formatosi.

I regicidi dell’attentato del 1903 si incontrarono per discutere di una creazione di una nuova società segreta. Il 3 marzo 1911, a Belgrado, nacque Ujedinjenje ili smrt! (Unione o morte!), nota come la Mano Nera. Apis fu uno dei padri fondatori. Lo scopo della nuova società era, ovviamente, quello di unificare tutti i serbi. L’idea della Mano Nera era che la Serbia diventasse il “Piemonte dei serbi”, non a caso la rivista panserbista fondata insieme all’organizzazione si chiamò Pijemont.

L’ideologia panserbista, impregnata dal culto della guerra, divampò dai caffè alla politica, da Belgrado alle frontiere. La Mano Nera entrò in contatto con Narodna Odbrana e soprattutto con Mlada Bosna (Giovane Bosnia). Quest’ultima era un’aggregazione di giovani rivoluzionari che operavano in gran segreto nel neo territorio asburgico.

In questo clima di spionaggio e complotti segreti, la figura di Apis arrivò a minacciare l’Europa, senza che nessuno se ne accorgesse. Dragutin Dimitrijevic fece coincidere i suoi obiettivi, e quindi quelli della Mano Nera, con la politica estera serba. L’apparato politico belgradese, nel primo decennio del Novecento, era prigioniero del panserbismo di un’organizzazione ultranazionalista.

Andrea Brando

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