Verso l’abisso: le società di massa e il nazionalismo di fine Ottocento

Il nazionalismo di fine Ottocento ha plasmato una cultura dell’odio che ha caratterizzato la prima metà del ventesimo secolo. Gli orrori del Novecento nacquero dagli eventi dell’estate del 1914.

L’attentato di Sarajevo, ritenuto il casus belli della Grande Guerra, fu, in realtà, soltanto l’apice di una serie di tensioni che avevano logorato già in precedenza il sistema delle relazioni internazionali tra le grandi potenze. Tensioni e conflitti scatenati principalmente dall’ideologia del nazionalismo di fine Ottocento, che spinse le maggiori potenze europee alla corsa imperialistica e alla spartizione di colonie.

In un percorso di sei pubblicazioni, cercherò di analizzare gli eventi e i fattori principali che portarono il vecchio continente verso l’abisso della Prima guerra mondiale.

Un profondo cambiamento: la seconda rivoluzione industriale

L’Ottocento fu il secolo del progresso scientifico. La seconda rivoluzione industriale cambiò radicalmente la società dell’epoca. Comportò una novità quantitativa e una qualitativa, novità che influenzarono le vite di milioni di persone. Da un punto di vista quantitativo, ci fu un aumento della produzione industriale e il coinvolgimento delle masse nel meccanismo della produzione stessa. Una grande novità all’interno delle fabbriche fu la riorganizzazione profonda del lavoro. La catena di montaggio, teorizzata da Frederick Taylor, annullò ogni professionalità artigiana e rese l’uomo un semplice operaio al servizio delle macchine.

Da un punto di vista qualitativo, il cambiamento fu dato, in particolare, da cinque novità: l’elettricità, lo sviluppo dei trasporti, l’invenzione del motore a scoppio, lo sviluppo della chimica e i traguardi raggiunti in campo medico. Questi fattori contribuirono ad innalzare la qualità e l’aspettativa di vita: la popolazione mondiale crebbe fino a toccare gli 1,8 miliardi di individui nel 1914.

Le invenzioni del telefono e della radio resero possibile una grande circolazione di informazioni, abbattendo la dimensione spazio-tempo. Ascoltare e parlare con una persona implicava la condivisione dello spazio con la medesima, alla fine dell’Ottocento questa condizione venne superata.

La nascita delle società di massa

La seconda rivoluzione industriale comportò altri due fenomeni. Lo spostamento di abitanti dalle campagne alle città trasformò le masse agricole in operai, protagonisti e vittime della rivoluzione. I centri urbani si allargarono fino a raggiungere dimensioni considerevoli, formando vere e proprie metropoli. Questa grande concentrazione di persone fece sorgere le società di massa, con tutte le necessità connesse ai cittadini come scuole, ospedali e burocrazia pubblica. Il caotico progresso della civiltà industriale non stava mutando soltanto il sistema geografico ed economico, ma anche la dimensione interna dell’uomo.

“Di massa”. Significa un collettivo, un agglomerato di individui che vede perdere la propria essenza: l’individualità. Una povertà di differenze, la paura di essere diverso, la normalità della folla. “Cogitamus ergo sumus” direbbe Cartesio. Pensiamo dunque siamo. Un pensiero univoco, senza ammissione di diversità, dove “la voce fuori dal coro” viene fagocitata dal gruppo. Queste caratteristiche si riscontreranno prevalentemente nei regimi totalitari nati dopo la Grande Guerra, ma già verso fine Ottocento si possono trovare tracce nelle neo nascenti società di massa.

L’ideologia del nazionalismo

La parola cosmopolitismo deriva dal greco, kosmòs e politès: cittadino del mondo. Due parole che racchiudono un significato di una potenza così grande, che neanche nel ventunesimo secolo l’uomo è riuscito a comprenderle appieno. Sul finire dell’Ottocento, grazie alle conquiste scientifiche e allo sviluppo dei trasporti, le persone non furono mai così vicine ed interconnesse tra loro. Il pensiero cosmopolitistico illuministico pareva potesse prendere forma: un ordine naturale, plasmato da ragione e natura, popolato da individui liberi e uguali. Ma fu proprio la vicinanza con “l’altro”, con il diverso, a causare l’effetto opposto.

Il nazionalismo è un’ideologia che attribuisce un ruolo centrale all’idea di nazione. Si divide in due forme ben distinte: una come liberazione interna della nazione oppressa, e l’altra come supremazia sugli altri popoli. Un esempio di nazionalismo visto come forza interna per raggiungere o per difendere la libertà nazionale è la Rivoluzione francese. Negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, il nazionalismo divenne una forza conservatrice, legata allo Stato e alle sue istituzioni.

Il nazionalismo di fine Ottocento come propaganda politica

Il nazionalismo di fine Ottocento fungeva da collante sociale e politico. Le scuole elementari furono uno degli strumenti per la nazionalizzazione delle masse. In molti paesi la frequenza divenne obbligatoria per legge e gli scolari impararono un’unica lingua, oltre alla storia e ai simboli della propria nazione. L’introduzione della leva obbligatoria diede grande rilievo all’esercito. Al militare venne associata l’idea di uomo forte, virile e d’onore. Il difensore della patria. L’esercito guadagnò popolarità grazie all’intrattenimento e alla spettacolarità delle parate militari.

Tutte le maggiori potenze si servirono di efficaci propagande nazionaliste. In particolare, il mondo delle immagini permise di raggiungere tutti gli strati sociali. Le immagini fissavano i simboli, consolidavano i legami sociali e fomentavano il sentimento nazionale nelle masse, in quanto facevano leva sulla sfera dei sentimenti e delle emozioni.

Il nazionalismo di fine Ottocento, antiliberale e aggressivo, fu improntato al darwinismo sociale. Nel 1859, il naturalista britannico Charles Darwin divulgò le sue teorie sull’evoluzione delle specie. La lotta per l’esistenza altro non era che un adattamento di una specie rispetto a un’altra in un determinato ambiente. Queste teorie vennero strumentalizzate e riferite all’essere umano. Il pensiero storico-politico del tempo mutò in una convinzione che l’esistenza di una nazione potesse essere garantita soltanto dalla propria espansione ai danni delle altre nazioni. Le teorie del “diritto del più forte” e della “lotta per la sopravvivenza” vennero così applicate alla società umana.

“Il fardello dell’uomo bianco”

Le classi dirigenti temevano l’irruzione delle masse nella vita politica. Le élites politiche portarono così all’esterno i problemi che potevano minare gli stati dall’ordine e dalla pace sociale. La conquista di territori esteri servì per placare le crescenti agitazioni sociali, esaltando l’idea di nazione e infondendo nelle masse un profondo senso di appartenenza.

La conquista divenne un diritto e un dovere: una missione dei “più evoluti” per far progredire l’intera umanità. Fu questo il “fardello dell’uomo bianco”, termine coniato dallo scrittore inglese Rudyard Kipling, ovvero colonizzare e civilizzare le popolazioni arretrate nel nome di una presunta e sprezzante superiorità dell’uomo europeo rispetto alle altre popolazioni.

Il nazionalismo di fine Ottocento scatenò il panico imperialistico

Il colonialismo di fine Ottocento non riguardò iniziative intraprese da compagnie commerciali di proprietà privata, come avvenne maggiormente nei secoli precedenti, ma vide l’intervento diretto dei governi europei. La corsa imperialistica fu trainata anche dal fattore economico: cercare nuovi mercati per evitare una crisi di sovrapproduzione come quella della seconda metà del diciannovesimo secolo, passata alla storia come la Grande depressione.

Da un punto di vista strettamente economico, l’imperialismo non fu un grande affare. I territori asiatici e africani erano troppo poveri per dare vita a un circolo di commercio significativo. Al contrario, le grandi potenze videro alzare drasticamente i costi rispetto ai guadagni effettivi. L’Impero britannico era un affare in perdita.  Nel 1900, Londra investì circa 12 milioni di dollari nei propri territori esteri, cifra che salì a 20 milioni alle porte dello scoppio della guerra nel 1914.

Anche stati extraeuropei fecero il loro ingresso alla corsa imperialistica. Gli Stati Uniti sconfissero gli spagnoli nel 1898 e si impossessarono di Cuba, Puerto Rico, Guam e Filippine. Il Giappone occupò Taiwan nel 1895 e l’isola di Sachalin e la Corea nel 1905.

La spartizione del mondo in colonie e zone d’influenza favorì un clima di panico imperialistico, che portò a una serie di tensioni tra le maggiori potenze. L’imperialismo non innescò la Prima guerra mondiale, tuttavia i fatti dell’estate del 1914 si trovavano alla fine di una lunga catena di conflitti e guerre derivate dall’espansione coloniale delle grandi potenze.

Andrea Brando

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *