Vestiario inclusivo : cosa significa e chi riguarda

Dalla parte di chi lotta per essere riconosciuto, dell'essere umano e dei suoi diritti.
Contribuisci a preservare la libera informazione.

DONA

Cos’è il vestiario inclusivo?
Non si tratta puramente di indumenti unisex.

Moda, vestiti. Non solo una necessità per proteggersi dal caldo o dal freddo, ma anche un mezzo per esprimere la propria personalità, il proprio stile, distinguersi dalla massa o invece voler far parte di un gruppo ed essere identificabile.
Però non per tutte le persone. Per questo stanno iniziando ad apparire marchi ( o alle volte tentativi) di vestiario inclusivi. Ma a chi si rivolge il vestiario inclusivo? Vediamolo insieme.

Cosa si intende per marchi di vestiario inclusivi?

Per marchi di vestiario inclusivi si intedono tutti quei marchi che offrono opzioni ad un ventaglio il più ampio possibile di clienti. Non ci si limita ad indicare i brand che creano linee o indumenti “unisex”, bensì coloro che riconoscendo sul mercato l’assenza di opzioni adatte a necessità che si allontanano da quella che la società ritiene essere la norma, si operano per trovare una soluzione.
Alcuni esempi sono linee o capi di abbigliamento adatti a persone con differenti disabilità.
O ancora, indumenti pensati per le fisicità non sempre conformi alla norma eterocisnormata delle persone trans, soprattutto per coloro all’inizio di un percorso ormonale che può comportare variazioni di peso e nell’aspetto fisico.

Vestiario inclusivo e disabilità

Per disabilità si intendono tanto le condizioni visibili quanto quelle invisibili, sia temporanee che croniche.
Molti indumenti posso essere ostici da infilare o sfilare, aprire e chiudere se si hanno alcune malattie o disabilità.
Esistono alcuni capi inclusivi o che cercano di esserlo, alcuni con successo ed altri meno.
Sostituire lacci con il velcro, bottoni con chiusure automatiche, sfruttare materiali adatti a chi ha la vulvodinia sono solo alcune proposte esistenti.




Un esempio di prodotto nato da buone intenzioni ma oggetto di critiche sono delle scarpe della Nike, le Go FlyEase. Si tratta di scarpe da ginnastica che si possono mettere e togliere senza l’utilizzo delle mani. Lanciate sul mercato nel 2021, hanno ricevuto apprezzamenti per l’idea, ma moltissime attiviste e molti attivisti della comunità disabile hanno sottolineato come mancasse la giusta rappresentazione. Invece di cogliere l’occasione per scegliere dei testimonial con effettive disabilità sono state scelte persone abili, mancando un po’ il punto iniziale della creazione della scarpa.
Sebbene le intenzioni fossero buone, questi errori possono essere evitati non solo consultando, ma proprio includendo nel team persone con disabilità. Vivendo sulla propria pelle determinate esperienze sapranno meglio di altri cosa sia necessario e cosa no.
Il brand “MagnaReady” è nato dall’idea della fondatrice, per aiutare il marito con il morbo di Parkinson. Le collezioni, per uomo e donna, prevedono bottoni magnetici per facilitare aperture e chiusure degli indumenti e con materiali che non si stropicciano.
Un altro caso è quello di ASOS, che ha proposto una tutina adatta alle persone che utilizzano la sedia a rotelle. Per crearla è stata consultata una persona che effettivamente potrebbe utilizzarla. L’idea era di spostare la posizione della zip, includere tasche per medicinali, telefono o altro e renderla anche waterproof.
Un altro esempio di successo è l’intimo di Slick Chicks. Le mutandine possono essere aperte e chiuse lateralmente, rendendole adatte a chi siede su una sedia a rotelle, non può piegarsi o con poca mobilità nelle gambe. Anche i reggiseni si aprono e chiudono frontalmente ed hanno le bretelle regolabili.
Un ultimo caso è quello del marchio britannico Unhidden. La fondatrice, Victoria Jenkins, ebbe l’idea dopo aver conosciuto, a seguito di un ricovero personale, una paziente. Sopravvissuta al cancro, era rimasta con moltissime condizioni fisiche particolari e, ogni qualvolta i medici andavano a visitarla, doveva rimuovere davanti a tutti i vestiti.
L’obiettivo di Jenkins è di offrire prodotti validi, sostenibili e creati in maniera etica alle persone, per ridar loro dignità e scelta.

Vestiario inclusivo e persone trans

Sebbene esistano sempre più marchi e vestiti “unisex” o anche “gender neutral“, non sempre rispondono alle necessità delle persone che hanno in mente.
Non tutte le persone trans cercano qualcosa di anonimo, largo, androgino o dalle linee pulite. Possono esserci donne trans che cercano indumenti canonicamente femminili e uomini trans che cercano quelli canonicamente maschili.
Purtroppo alle volte le piccole differenze non vengono in mente a chi disegna i vari pezzi.
Alcune donne trans possono avere le spalle più larghe rispetto a come vorrebbero o rispetto alla donna cis media e meno fianchi. L’ideale sarebbe disegnare dei capi che tengano conto di questa necessità.
Sempre per molte donne trans, l’idea di indossare un certo tipo di pantalone o mostrarsi in costume può essere causa di disforia o disagi. Creare una linea che sia fatta precisamente per quel tipo di fisicità andrebbe a risolvere parzialmente un problema.
Statisticamente una donna trans potrebbe portare dei numeri di scarpe diversi da una donna cis.
Molti uomini trans, invece, non trovano indumenti maschili della loro taglia perché statisticamente un uomo cis è un po’ più alto. Ciò ha un impatto, ad esempio, sulla lunghezza dei pantaloni e qualche volta delle scarpe.
Alle volte la forma dei fianchi è diversa da come si pensa possa essere e, anche banalmente per un completo elegante, andrebbe sistemato come calza sulle spalle e vita.

Conclusioni

Il mondo è pieno di persone ed ognuna è unica, con le proprie specificità fisiche e proprie necessità.
Allo stesso tempo, senza nulla togliere all’unicità di nessuno, moltissime fasce di popolazione condividono caratteristiche e bisogni. Vestire una persona sulla sedia a rotelle ed una in piedi, una donna cis o una donna trans, dovrebbero essere cose naturali. Non dovrebbe nemmeno esserci il pensiero di scriverci un articolo.
Purtroppo però ancora non ci sono opzioni adatte a tutte e tutti, quindi se ne deve parlare.
In inglese si utilizza l’espressione “adaptive clothing” per indicare i capi d’abbigliamento pensati per le persone disabili.
Dovrebbe essere l’indumento ad adattarsi alla persona, non quest’ultima a limitarsi o accontentarsi.
Sarebbe bello ampliare questo concetto ad ogni forma di vestiario e servizio, affinché ci siano pari opzioni per tutte e tutti, senza distinzioni abiliste, di genere, peso o altro.
Dopotutto anche una persona che non va incontro ai canoni della società dovrà pur vestirsi.
Acquistare, o dare visibilità se si può, ai marchi o ai capi esplicitamente pensati e prodotti da e per coloro che meno hanno visibilità è un piccolo contributo nel percorso verso un pari accesso al vestiario per tutte e tutti.

 

 

Flavia Mancini

Stampa questo articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.