Vince il No al Referendum costituzionale: quali scenari?

Un referendum dai risultati inequivocabili

Le borse non crollano come si pensava, ma l’euro, nelle sue flessioni, soffre un po’: il segno di un referendum che con i suoi 59% di No, tra Italia ed estero, ha decretato una scelta marcatamente convinta.

Al giorno successivo di una battaglia politica del genere, ci sarebbero mille cose da dire e tanti silenzi da rispettare. Cercheremo in qualche modo di affrontarli per step, con il fine di non trascurare nulla di particolarmente rilevante.

Chi ha vinto?

Parlare di vittoria è in realtà più affrettato di quanto si possa pensare. Nessun partito ha vinto, semplicemente la sovranità popolare attraverso il suo voto ha decretato la sua posizione.

Il voto si esprime come una realtà di mezzo tra pura espressione politica, di chi stanco di anni di malaffari ha punito l’ultimo baluardo del modello di esecutivo tecnico e pura e semplice non approvazione della riforma proposta.

E attenzione con i giudizi affrettati, che sia l’una o l’altra la posizione sostenuta dall’elettorato, quell’atteggiamento di arroganza intellettuale tipico di un’italianità che presuppone di avere sempre la ragione dalla propria, non è propositivo per il Paese.

Serve unione, serve razionalità, ma soprattutto serve considerare il fatto che la vittoria del No al referendum, non esclude la possibilità di cambiare la Costituzione.

Ne esclude lo smembramento, ne esclude il cambiamento di nicchia, aprendo le porte a una più larga intesa.

Chi ha perso?

Ha perso la politica plebiscitaria. La politica del tifo, la politica dell’accozzaglia, la politica che porta avanti i nomi anziché le idee.

Si aprono le porte, a questo punto, per una seria riconsiderazione della cosa pubblica.

La politica, oggi come non mai, ha l’opportunità di fare, ripartendo dal basso.

Chiedere elezioni anticipate, senza una legge elettorale, con riferimento concreto al Senato che al momento ha semplicemente quella frutto di una sentenza, o con poca cognizione pratica dichiarando ora adeguata una legge come l’Italicum criticata per mesi, è oltremodo oltraggioso per l’intelligenza comune.

Non siamo nella posizione di poter fare elezioni ed è bene che tutti se ne rendano conto.

Al di là delle interpretazioni sul voto, il referendum non è mai stato un modo per eliminare Renzi dalla scena politica.

La questione stabilità

Tralasciando le considerazioni che hanno poca analisi politologica, il nodo stabilità in realtà non è stato escluso con l’esito del No.

Il metodo della riforma costituzionale, a fronte di una garanzia di maggiore stabilità, è sempre stato fin troppo forzato, ove il rafforzamento dell’esecutivo crea un precedente storico dal ’48 in poi pericoloso, ma soprattutto ove lo stesso principio di equilibrio tra presidente e parlamento non è ben distribuito.

A ripescare un teorico della scienza politica, quale Lipset, un peso cruciale per la stabilità è affidato alla cultura politica. In questi termini, la più ampia socializzazione politica che questo referendum ha creato, con l’ampia partecipazione palesatasi – l’affluenza si assesta all’incirca intorno al 71,5 % – potrebbe essere un buon punto di partenza.

Vige ora la necessità di una legge elettorale seria e di una collaborazione politica all’insegna della responsabilità, estirpando manie di protagonismo che abbiamo visto essere poco funzionali e mettendo di fronte a sé il popolo, al di là delle proprie ragioni e delle proprie idee.

Le dimissioni

In questo contesto, le dimissioni del Presidente Renzi non sono che una conseguenza di quel plebiscito popolare che ha toccato il 59% della popolazione a votare No a questo referendum.

Annunciate in un discorso di 11 minuti da Palazzo Chigi, a neanche un’ora e mezza dalla chiusura dei seggi, in un passionale discorso, commosso, bello, sebbene a tratti autoreferenziale, le dimissioni hanno creato un clima di inevitabile maggiore incertezza.

Tuttavia, come da Renzi detto:

“Oggi il popolo italiano ha parlato, ha parlato in modo inequivocabile. Ha scelto in modo chiaro e netto e credo che sia stata una grande festa per la democrazia. Le percentuali di affluenza sono state superiori a tutte le attese. È stata una festa che si è svolta in un contesto segnato da qualche polemica in campagna elettorale, ma in cui tanti cittadini si sono riavvicinati alla Carta costituzionale, al manuale delle regole del gioco, e credo che questo sia molto bello, importante e significativo.”

Se è vero da un lato che le dimissioni non erano un obbligo istituzionale, è purtroppo anche vero che la personalizzazione di una riforma di questo tipo, di fronte a una disapprovazione così alta, non poteva portare ad altro che a questo.

Non è tuttavia corretto dire che ora tocchi al fronte del no fare delle proposte. Tocca lavorare tutti insieme, che è in fondo quello che la minoranza del partito, esattamente come le voci fuori campo parlamentare, hanno sempre chiesto.

Altrettanto vero è però, ed occorre ricordarlo in questa fase di memoria corta, come il Movimento 5 Stelle in particolar modo, si sia autoescluso dalle decisioni sulle riforme dopo le elezioni 2013, quando l’allora segretario del PD Bersani propose un lavoro di collaborazione all’interno del Parlamento per gli italiani.

L’instabilità è da ricercare in quel complesso e mancato “compromesso storico” che forse ad oggi avrebbe garantito un percorso diverso.

“Io non credo che la politica sia il numero inaccettabile di politici che abbiamo in Italia. Io non credo che si possa continuare in un sistema in cui l’autoreferenzialità della cosa pubblica è criticata per decenni da tutti e poi al momento opportuno non venga cambiata. Ma credo nella democrazia e per questo quando uno perde non fa finta di nulla, fischiettando e andandosene sperando che tutto passi in fretta nella nottata.”

Renzi ha parlato da sconfitto, ma con la stessa arguzia palesata dopo la vittoria di Bersani alle primarie del Partito Democratico 2012.

In questi termini, essere affrettati e parlare di distruzione politica, non è opportuno e lo palesano i dati.

L’esito del referendum come una sconfitta del PD di Renzi è distante dalla realtà.

Il fatto che un unico partito e un leader abbiano da soli conseguito un’approvazione del 40% è un dato politico non indifferente, che delinea la supremazia dello stesso sugli altri partiti presenti sulla piazza.

Siamo poi così sicuri che ad andare subito ad elezioni il Movimento avrebbe la vittoria in tasca?

Le consultazioni

In questo clima di incertezza e arrancamento, si apre la porta alle consultazioni sul da farsi.

Legge di bilancio, legge elettorale, il percorso di transizione di otto banche italiane, all’interno delle quali vi è la difficile situazione del Monte dei Paschi di Siena, sono solo alcune delle questioni che vanno affrontate.

Spetta ora al congiunto incontro tra il Presidente Mattarella e le varie forze politiche presenti in Parlamento decretare lo scenario migliore da perseguire, senza prese di posizioni poco riflessive e che possano andare a ledere alle necessità di questo Paese.

Mentre nomi tecnici come quelli del già Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan o del Presidente del Senato Pietro Grasso sono tra i più citati per il post referendum, non è da escludere che le dimissioni del Presidente Renzi siano una strada senza ritorno.

Un richiamo alle necessità contingenti del Paese, potrebbe in realtà portare il Presidente Mattarella, ove non vi sia un accordo, a chiedere di continuare quel percorso politico iniziato dal Segretario del Partito Democratico, in nome di una vera stabilità.

 

Di Ilaria Piromalli

 

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