Vincenzo Verzeni: il vampiro di Bergamo studiato da Cesare Lombroso

La vita di Vincenzo Verzeni sembra quasi essere stata scritta dai più celebri sceneggiatori del cinema horror. Una storia, la sua, che sconvolse per sempre la città di Bergamo, lasciando un segno indelebile nelle menti del suo popolo.

Nato nel 1849 e cresciuto nella città lombarda, la sua infanzia è stata costernata da violenze fisiche e psicologiche: il padre alcolizzato sfogava su di lui rabbia e frustrazione, mentre la madre, malata di epilessia, non era in grado di opporsi a queste brutalità.

Nonostante Vincenzo Verzeni sia stato descritto come un ragazzo docile e molto solitario, la sua vera natura ha mostrato un quadro piuttosto scioccante. Affetto da una personalità borderline, egli riuscì a nascondere la sua vera identità indossando la maschera del “bravo ragazzo“.

I primi istinti criminali ci furono verso la maggiore età, quando tentò di mordere alla gola la cugina Marianna mentre dormiva; la ragazza svegliata di soprassalto riuscì a fuggire.

Nel 1869 ci furono altre due aggressioni, sempre a giovani donne che, anche in questo caso, riuscirono a divincolarsi dal killer e farla franca.

Vincenzo Verzeni sembrava mutare pian piano i suoi disturbi psicotici, alimentando sempre di più la sua sete di sangue.

La sua prima vittima fu la quattordicenne Giovanna Motta, uccisa in aperta campagna nel 1970. Il suo corpo venne ritrovato quattro giorni dopo la scomparsa: il collo presentava numerosi morsi ed il corpo era completamente mutilato.

Un anno dopo la ventottenne Frigeni, stava uscendo di casa per recarsi a lavoro, quando venne raggiunta ed aggredita brutalmente dal Verzeni; la gola presentava un profondo solco ed il ventre era completamente squarciato.

Quello che contraddistinse Vincenzo Verzeni non fu il numero delle vittime, se ne potevano contare soltanto due fortunatamente, ma il suo modus operandi che lo portò presto ad essere battezzato come il vampiro di Bergamo.

Cesare Lombroso ne studiò le caratteristiche cerebrali rilevando la conformazione nel cranio dell’omicida e la sua perizia portò a definire Verzeni come:

Un sadico sessuale, un vampiro divoratore di carne umana.





Tuttavia, le valutazioni di Lombroso non portarono a sostenere la totale infermità mentale, in quanto, secondo lo studioso, il killer commetteva gli omicidi in uno stato di lucidità accompagnata da un comportamento deviante:

Ho davvero ucciso quelle donne e ho tentato di strangolare le altre, perché provavo un immenso piacere nel farlo. I graffi che si trovarono sulle cosce non erano prodotte con le unghie, ma con i denti.

Queste dichiarazioni, rilasciate in sede processuale, provocarono un vero e proprio scandalo, ma nonostante questo, l’assassino riuscì a sfuggire alla pena capitale e venne rinchiuso in un manicomio criminale di Milano nel 1873.

Verzeni ha vissuto in isolamento ricevendo ogni genere di trattamento brutale fino a chiudersi nel più totale silenzio.

Sulla sua morte si narrano due versioni: la prima racconta di un suicidio avvenuto all’interno della sua cella, in cui gli infermieri lo trovarono appeso ad una grata della finestra; la seconda, invece, vede l’omicida salvato in extremis e trasferito verso il sud d’italia.

Qualunque sia la ricostruzione corretta, rimane da dire che Vincenzo Verzeni fu il primo omicida italiano analizzato in maniera scientifica, anche dal punto di vista psicologico.

Cesare Lombroso elaborò su di lui la teoria del criminale nato, ed il famoso “vampiro di Bergamo” assunse ben presto i panni di quello che, oggi, viene definito Serial Killer.

 

 

Silvia Morreale

 

 

 

 

 

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