Vitamina D: bassi livelli aumentano la suscettibilità alla COVID-19?

La vitamina D previene le infezioni respiratorie acute?

Circa un mese fa è iniziata a circolare la voce secondo la quale la vitamina D potrebbe avere un ruolo nella protezione dall’infezione da SARS-CoV-2. La notizia è stata successivamente smentita per l’effettiva mancanza di evidenze scientifiche e considerata una fake news.

Tuttavia, un nuovo studio, pubblicato il 6 maggio 2020 da Aging Clinical and Experimental Research, ha indagato circa l’associazione tra bassi livelli di vitamina D e alto numero di casi COVID-19 in 20 Paesi europei.

La ricerca è stata condotta dal Dott. Lee Smith della Anglia Ruskin University di Cambridge e dal Dott. Petre Cristian Illie, urologo del Queen Elizabeth Hospital Foundation Trust di King’s Lynn.

La vitamina D è essenziale per diversi motivi, tra cui il mantenimento di ossa e denti sani. Può anche proteggere da una serie di malattie e condizioni, come il diabete di tipo 1. Le vitamine sono sostanze nutritive che il corpo non può creare e, quind, occorre assumerle attraverso determinati alimenti o integratori. Tuttavia, l’organismo può produrre vitamina D in risposta all’esposizione solare.

La carenza di vitamina D è un problema di salute pubblica per tutte le fasce d’età. Può causare infezioni regolari, dolore alle ossa e alla schiena, compromissione della guarigione delle ferite, perdita di capelli e dolore muscolare.

In precedenza, alcuni studi osservazionali hanno riportato un’associazione tra bassi livelli di vitamina D e suscettibilità alle infezioni acute del tratto respiratorio. La COVID-19 comporta una complessa interazione tra SARS-CoV-2 e il sistema immunitario causando un eccesso di citochine pro-infiammatore. La vitamina D modula la risposta dei globuli bianchi, impedendo loro di rilasciare troppe citochine infiammatorie.




I risultati dello studio

L’obiettivo di Leo Smith e Petre Cristian Illie era di valutare l’associazione tra livelli medi di vitamina D e mortalità causata dalla COVID-19. Per verificare questa ipotesi si sono concentrati solo sui Paesi europei. Per prima cosa hanno ricercato in letteratura scientifica i livelli medi di vitamina per ciascun Paese. Successivamente hanno individuato il numero di casi COVID-19 su un milione di persone in ogni nazione e la mortalità causata da questa malattia su un milione di persone. Su questi dati è stata elaborata un’analisi statistica.

I risultati hanno evidenziato una correlazione negativa tra i livelli medi di vitamina D e il numero di pazienti affetti su un milione di persone. Stessa cosa per i decessi. All’aumentare dei livelli medi di vitamina D diminuisce il numero di casi e la mortalità per COVID-19 in ogni Paese europeo analizzato. 

L’Italia e la Spagna hanno registrato alti tassi di mortalità. Entrambe mostrano livelli medi di vitamina più bassi rispetto al resto dell’Europa. Mentre, i livelli più alti si trovano nelle nazioni del nord Europa che presentano numero di casi e mortalità minori.

Questo studio mostra significative relazioni, seppur preliminari, tra i livelli di vitamina e numero di casi e mortalità per COVID-19.

I ricercatori sottolineano, infine, che nonostante la vitamina D abbia già dimostrato di proteggere dalle infezioni respiratorie acute, è consigliabile studiare in futuro la correlazione tra i suoi livelli medi e il numero di pazienti COVID-19 a diversi stadi di gravità della malattia.

Petre Cristian Illie conclude: “Il nostro studio presenta tuttavia dei limiti perchè il numero di casi in ciascuna nazione è influenzato dal numero di test eseguiti e dall’adozione di diverse misure per prevenire la diffusione dell’infezione. Infine, bisogna soprattutto ricordare che la correlazione non significa necessariamente causalità”.

Lisa Frisco

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