Viviamo immersi nella tragedia del Sè

In una società in cui l'imitazione diventa un pregio, ci si appresta a consumare la tragedia del Sé

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La psicanalisi classica di inizio ‘900 ha plasmato la tipologia dell’Uomo Colpevole, aderente cioè al principio di piacere e mosso soltanto dal desiderio di soddisfacimento pulsionale, ma incapace di raggiungere le proprie mete perché legato da una parte, alle richieste impossibili dell’Es e, dall’altra, ai tentativi di adeguarle alla realtà sociale operati dal Super-Io.

Ma, secondo lo psicanalista austriaco, Heinz Kohut, l’uomo non vive solo in un mondo teatro di conflitti nevrotici e di pulsioni sublimate alla fantasia (come vorrebbe Freud); esiste nell’uomo anche un centro di spontaneità, di unicità, che si potrebbe ascrivere in quello che Jung definiva come che, al di là del principio di piacere, lotta per esprimere e realizzare il proprio piano esistenziale, la propria Leggenda Personale, attraverso quel processo di individuazione percorso grazie al contribuito necessario della fantasia, “forza materna creatrice dello spirito umano”.

La constatazione che spesso il suo progetto venga arenato sulle spiagge della ruvida realtà prima ancora che sia compiuto porta a riconoscere l’uomo moderno all’interno dell’Uomo tragico, così magistralmente narrato da Italo Svevo nella Coscienza di Zeno, in cui il protagonista, nelle ultime pagine, carico di consapevolezza, rivendica il possesso della propria esistenza. Perché, come scrive Winnicott, “è la vita del Sé che da il senso dell’agire o del vivere”.

Ogni bambino nasce in un mondo di umani, dove il proprio Sé si mischia e interagisce con quello delle altre persone a lui vicine.





Il problema è che, all’inizio, il bambino non possiede la capacità di “vedere per intero” un altro Sé. Significa che egli è incapace di percepire dentro le altre persone un altro modo di sentire la realtà.

Solo quando il senso di Sé progredisce è possibile abbandonare un “narcisismo infantile” per passare a un “narcisismo adulto“, maturo, in grado cioè di relazionarsi con gli altri Sé senza la pretesa di controllarli e attingendo da essi la propria “risonanza empatica” con il mondo.

Se nella società vittoriana l’investimento narcisistico era molto scarno, oggi nell’epoca dell’istrionica apparenza dettata dagli algoritmi del consenso dei vari Instagram, Facebook e Snapchat, l’investimento sul proprio Sé è praticamente assente.

Sembra una contraddizione, ma, ad uno sguardo più attento alle dinamiche dei social netowrk, ci si accorge che non lo è affatto.

Ciò che oggi preoccupa le persone amalgamate nelle sabbie mobili dei social non è il Vero Sé, inteso come la possibilità di percepire la continuità del fluire dell’esistenza a modo proprio, con un proprio ritmo endogeno e sentirsi immersi in una realtà psichica solo e soltanto nostra. Ma il falso Sé.

Winnicott ha dimostrato come una madre che non risponde in maniera “sufficientemente buona” alle fantasie creative del bambino sia incapace di stimolare uno sviluppo sano nel suo bambino. Anzi, questa produrrà un falso Sé, originato dalle situazioni in cui il vero Sé si è sentito minacciato, nel percepire la continuità esistenziale, da un ambiente inadeguato ed intrusivo.

Ma cosa succede quando a non rispondere è la società intera?

Presumibilmente, il risultato sarà la formazione di una legione di individui mascherati completamente persi in se stessi che, non solo vivono di immagini riflesse ma, investono tutte le loro energie nello sviluppo di un falso Sé.

Sarà il trionfo della “persona” junghiana, intesa nel significato etimologico di maschera sociale, su quella parte autos, autenticamente uguale solo a se stessa e propria di ogni individuo.

In una società in cui, per usare le parole di Winnicott, “la compiacenza domina la scena e l’imitazione diventa una specialità” si consuma la tragedia dell’autenticità, generando un falso sentimento di unicità.

L’uomo allora vira verso la psicopatologia narcisistica, dove risulta impossibile fornire piena espressione creativa alle proprie mete esistenziali, costringendolo a vivere dentro una tragedia del Sé.

Ma se è vero che questa è una tragedia, è pur sempre vero che il falso Sé non elimina affatto il Vero Sé, semmai lo eclissa, schiacciandolo e immergendolo nelle profondità della psiche. Ma questi esiste ancora, per quanto sfruttato e danneggiato. Vive ancora, lì in agguato da qualche parte, in attesa che venga tirato fuori e fatto riemergere alla coscienza dove gli sarà consentita una piena espressione esistenziale.

Il salvataggio dal mare profondo della psiche sarà possibile allora, solo mettendo in atto l’interiorizzazione delle esperienze fusionali con il proprio Sé, non affossando nemmeno quella capacità che Bion definiva “negativa” di usare se stessi senza condizionamenti di memoria e desiderio.

Axel Sintoni

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