WE CALL IT AFRICA. ARTISTI DALL’AFRICA SUBSAHARIANA

Maurice Mbikayi / Officine dell’Immagine, Milano | Maurice Mbikayi, Ndoto Ya Baba (The Dream of a Mute), 2016. C-print, 110 x 165 cm. Fonte: http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-we-call-it-africa-artisti-dall-africa-subsahariana-34413
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WE CALL IT AFRICA

Milano – WE CALL IT AFRICA il titolo e dal 9 febbraio al 2 aprile sarà visitabile presso la Galleria Officine dell’Immagine di Milano.

Parliamo della mostra curata da Silvia Cirelli, che espone un complesso di opere di artisti dall’Africa Subsahariana.

Come da comunicato stampa, “la scelta del titolo vuole provocatoriamente soffermarsi su quante volte si adoperi una forzata specificità geografica o generazionale, circoscrivendo o ancor peggio “ghettizzando” una particolare scena creativa. WE CALL IT AFRICA rappresenta dunque il tentativo di esplorare le varie e diverse “Afriche”, gli innumerevoli universi sia culturali che estetici che popolano questo poliedrico panorama, mettendo l’accento sul rapporto fra arte e società contemporanea.”

Gli artisti al centro del complesso espositivo di WE CALL IT AFRICA sono Dimitri Fagbohoun, Bronwyn Katz, Marcia Kure e Maurice Mbikayi, i quali guidano all’interno di un percorso che si propone di raccontare “questioni socioculturali, identitarie e geopolitiche, particolarmente rappresentative della complessa realtà africana”.

La mostra

Maurice Mbikayi / Officine dell’Immagine, Milano | Maurice Mbikayi, Ndoto Ya Baba (The Dream of a Mute), 2016. C-print, 110 x 165 cm.
Fonte: http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-we-call-it-africa-artisti-dall-africa-subsahariana-34413

WE CALL IT AFRICA apre la sua narrazione con i lavori del congolese Maurice Mbikayi che “si concentra sull’impatto della tecnologia nel tessuto sociale africano, e sulla triste realtà delle discariche di rifiuti elettronici che stanno letteralmente avvelenando l’Africa.”

La trascendenza etica di ognuna di queste opere è percepibile a primo impatto.

Vi è poi Marcia Kure che “s’interroga invece sugli effetti del post-colonialismo e la conseguente frammentarietà identitaria e sociale.”

Dimitri Fagbohoun si occupa di una dimensione molto più romantica, affrontando temi come il ricordo, la politica, la religione e la dimensione poetica dell’esistenza. “In una narrazione visionaria che gioca sugli equilibri fra visibile e non visibile, l’artista si confronta con la vulnerabilità dell’essere umano, esplorandone i processi di creazione e distruzione.”

Infine la giovane Bronwyn Katz, “che stupisce con una ricerca artistica dal complesso potere immersivo.”

Bronwyn Katz, all’interno del WE CALL IT AFRICA, si occupa dell’origine e della fine di ogni cosa: la terra, “depositaria ma anche custode della memoria culturale sudafricana, una memoria che nasconde le cicatrici di una storia che ha visto prima il colonialismo e ora un feroce neocolonialismo economico.”

La mostra, già inaugurata, ha un ingresso gratuito ed è probabilmente una delle installazioni più meritevoli di essere viste.

Ilaria Piromalli

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