WhatsApp, scoperta la chiamata che in realtà è un virus

Non è nemmeno necessario rispondere: ricevere la chiamata significa ricevere il virus

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Lo spyware penetra attraverso una chiamata WhatsApp

WhatsApp, l’applicazione di messaggistica istantanea con più di 1,5 miliardi di utenti e di proprietà del gruppo Facebook, è sotto attacco; il Financial Times ha fornito questa rivelazione. Il quotidiano britannico spiega anche come il virus possa infettare lo smartphone. Prima di tutto: non si tratta di un semplice virus, né di un semplice malware, bensì di uno spyware: vale a dire un software che si insinua nel sistema operativo tramite WhatsApp ed è in grado di rubare indisturbato qualsivoglia informazione lì custodita. Lo spyware, infatti, può spaziare tra i contatti, le chat (anche criptate), ascoltare e registrare le chiamate, accedere alle foto, attivare il microfono, guardare attraverso la fotocamera, navigare tra le immagini; insomma, può davvero raccogliere ogni tipo di informazione contenuta nello smartphone. E l’entrata dello spyware avviene attraverso una semplice chiamata via WhatsApp, chiamata a cui non serve nemmeno una risposta.

Citizen Lab di Internet Watch e la scoperta del virus

Nei giorni scorsi un avvocato inglese ha contattato il Citizen Lab presso la Munk School of Global Affairs dell’Università di Toronto (un laboratorio interdisciplinare che si occupa anche dell’intersezione tra gli aspetti legali delle tecnologie di comunicazione e i diritti umani). L’avvocato aveva notato strane attività sul suo smartphone, prima fra tutte numeri svedesi che lo chiamavano su WhatsApp in orari non comuni. Il laboratorio canadese ci ha messo poco a scoprire lo spyware e la falla nella sicurezza dell’applicazione di messaggistica. Un suo ricercatore, John Scott-Railton, l’ha definita – senza mezzi termini – “una vulnerabilità spaventosa”.




Facebook si è subito attivata, entrando in contatto con Citizen Lab, e ha risolto il problema di sicurezza: stando alle dichiarazioni della società di Zuckerberg, tutti coloro che hanno aggiornato l’applicazione ed il loro sistema operativo all’ultima versione possono stare tranquilli. Un’altra soluzione – certamente più drastica – sarebbe eliminare definitivamente WhatsApp dal proprio smartphone. Ciononostante, al momento, Facebook non è in grado di quantificare i dispostivi infettati dallo spyware: il calcolo dei danni non è ancora possibile.

Il virus, l’ombra di Israele e intrighi politici

L’avvocato inglese, “paziente zero” dell’infezione, stava lavorando ad una causa contro la società israeliana NSO, accusata di aver fornito gli strumenti per hackerare i telefoni di un dissidente saudita in Canada, di un cittadino qatariota e di un gruppo di giornalisti e attivisti messicani. Non bisogna dunque essere sorpresi dal fatto che Citizen Lab abbia scoperto che lo spyware di WhatsApp porta l’impronta proprio di NSO.

NSO si proclama avversaria del cyber crime e del terrorismo, sostenendo di non utilizzare né vendere mai i propri prodotti laddove i diritti umani sono – quantomeno – traballanti (dichiara infatti di avere un comitato etico interno). In realtà, però, la società fondata nel 2010 in Israele è stata più volte coinvolta in atti di cyber spionaggio connessi a paesi in cui i diritti umani sono lungi dall’essere rispettati: nel 2016 i suoi prodotti erano stati trovati nell’iPhone di un attivista per i diritti umani saudita (che ora si trova in carcere); nel 2018 Amnesty International ha denunciato di aver trovato uno dei suoi spyware nel dispositivo di un membro del proprio staff; e lo spyware di WhatsApp – secondo Citizen Lab – sarebbe stato venduto anche Yemen, Turchia, Ungheria, Qatar.

La NSO ha sicuramente un lato oscuro, tanto che in molti pensano che sia gestita direttamente dall’esercito israeliano: quest’ultima vicenda di WhatsApp non fa che alimentare la fiamma del dubbio e consolidare la certezza che la sicurezza informatica sia ormai un tema dalle fortissime tinte politiche.

 

Francesco Ziveri

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